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New York Stories è una raccolta riuscita. Con intelligenza e abilità Paolo Cognetti ha messo insieme ventidue perle che dalla prima all’ultima pagina portano il lettore a passeggio in una metropoli che si diverte a rimescolare le carte, a inghiottire i destini dei suoi abitanti, che cambiano case, fanno incontri, bevono drink, tengono nel cassetto il libretto degli orari degli aerei ma poi restano sempre, o almeno fino al tempo della prossima illusione.

Come in parte ci si aspetterebbe, è la New York di chi resta quel tanto che basta per scrivere una storia, per tracciare un solco nella propria esistenza. È una città che ha un senso in un preciso momento o in una precisa fase della vita. Ti servi di lei per provare che ce la puoi fare da solo a sopravvivere. Ti schiaffeggia con i suoi venti gelidi, fa e disfa i tuoi progetti. Coincide con un’ambizione, con delle speranze e un attimo dopo è già sparita, quasi come un sogno (Capote).

È la New York che accoglie gli emigrati di mezzo mondo, quel mezzo mondo che fugge dalla miseria e che porta dentro di sé l’ombra di un’identità che non sarà mai più. E così si riempie di accenti diversi, deformati e disprezzati il tempo necessario per accorgersi di quanto in realtà manchi. Si sentono odori, sapori, musica. È una città di lingue perse, costrette a cedere spazio di fronte alla quantità e alla grandezza con cui si scontrano perché, per sopravvivere, New York chiede un prezzo a chi arriva: trovarsi una nuova identità. È un continuo invito a reinventarsi (Soldati – Maffi).

Andando avanti nella lettura sembra che la velocità con cui cambia ti rispecchi: lineare fuori, negli spigoli dei suoi grattacieli, contorta, disordinata e modulare al suo interno, negli appartamenti che aggiungono, inglobano e sbarrano stanze nel giro di poche settimane. Ti ritrovi nelle sue scale scure o ti perdi in quartieri che racchiudono mondi interi e che sembrano costituire un racconto infinito scandito dalla progressione numerica delle sue strade.

E poi c’è la vita che scorre, c’è chi si converte, chi trova le risposte in un altro essere da redimere (Malamud) e chi prova a fare i conti con la propria identità, nuova, con la paura di perdere i propri affetti (Englander). C’è chi cresce senza accorgersene, chi dopo anni realizza quanto la vita possa cambiare le persone e quanto certi amori fossero giusti o sbagliati. Ci sono i primi movimenti di piazza, la contestazione sociale, l’emarginazione o la contemplazione; fili conduttori di vite raccontate con gli accenti sincopati di chi rigetta le vecchie sicurezze, le abitudini, la morbidezza e la levità per abbracciare altro, purché sia nuovo, purché sia diverso. Fosse anche una musica più dura, meccanica, allucinata o malinconica, a seconda dei punti di vista.

A tratti ti senti un po’ come Joan Didion di Bei tempi addio, che camminando per la strada immagina cosa ci sia al di là delle finestre degli immensi palazzi affacciati sulla Novantesima, o come il Pasolini ritratto da Oriana Fallaci, entusiasta come solo un bambino può essere di fronte ad una tavola imbandita con ogni sorta di leccornie, vivida come la fame di cose sempre cercate e disperatamente desiderate.

In New York Stories ci sono i mostri sacri, alcuni li ritrovi da Americana di Vittorini, che Cognetti richiama non a caso nella sua introduzione, ma forse, tra tutti, è proprio la Didion a dare la chiave più immediata per orientarsi in questo racconto di racconti. “Credevo ancora nella possibilità allora, avevo ancora la sensazione, così caratteristica di New York, che da un momento all’altro potesse succedere qualcosa di straordinario, da un giorno all’altro, da un mese all’altro. (…) Niente era irrevocabile; tutto era a portata di mano. Dietro ogni angolo c’era qualcosa di insolito e interessante, qualcosa che non avevo mai visto né fatto prima. (…) Potevo fare promesse a me stessa e ad altri e ci sarebbe stato tutto il tempo del mondo per mantenerle. Potevo stare alzata tutta la notte e fare errori, e niente avrebbe avuto importanza”.

Già, alla fine ti porti dentro proprio questa sensazione. Il fatto che New York, nei decenni in cui è stata costruita affilando con alterne fortune le sue punte di acciaio e vetro, è un intrico di possibilità. Come le porte girevoli di un grande albergo di Manhattan, ti proietta in un caleidoscopio di luoghi, amenità e umanità. Un sera incontri per caso Greta Garbo in un teatro o in una boutique svoltando l’angolo, e poi ti arrendi alla malinconia correndo su un taxi nella “notte molle” (Fitzgerald).

Non puoi conoscerla tutta New York, anche se ti costruisci il tuo piano meticoloso, perché a lei si può solo appartenere, non esiste il contrario. La si conosce solo per caso, e ciascuno la conosce nel proprio tempo.

New York Stories, a cura di Paolo Cognetti; Giulio Einaudi Editore; 2015

 

 

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