Ho dato al mese di marzo un sapore d’impresa. Dopo anni di indecisione, se non di aperta riluttanza, ho cominciato a leggere la famigerata “Recherche” di Marcel Proust. Complice la compagnia di alcuni buon amici dotati della giusta sensibilità e di evidente sprezzo del pericolo (quello di attirarsi antipatie sociali s’intende), ho preso in mano il primo libro Du côté de chez Swann e ho cominciato il viaggio.

Il caso vuole che siano appena trascorse le festività pasquali e che, appena messe in archivio, cioè nello stomaco, le tradizionali specialità culinarie nella vita reale venga il turno di quelle descritte da Proust, che all’inizio del primo libro fa rievocare al suo giovane protagonista il menu pasquale allestito da Françoise, la domestica della zia Léonie, quella delle celeberrime madeleines tanto per capirci. Incroci di vita e letteratura. Da afferrare e tenere con sé il più possibile.

Di seguito il passaggio. Bon appétit!

A una base permanente di uova, di cotolette, di patate, di conserve, di biscotti, che non ci annunciava neppure più, Françoise aggiungeva – a seconda dei prodotti dei campi e dei frutteti, del frutto della marea dei casi del commercio, delle cortesie dei vicini e del suo genio, e di modo che il nostro menu, come quei quadrifogli che nel tredicesimo secolo si scolpivano sulla porta maggiore delle cattedrali, rifletteva un poco il ritmo delle stagioni e gli episodi della vita -: una sogliola perché la pescivendola gliene aveva garantita la freschezza, un tacchino perché ne aveva visto uno bello al mercato di Roussainville-Pin, dei cardi con la salsa perché non ce li aveva ancora serviti in quella maniera, del castrato arrosto perché l’aria aperta fa un vuoto e per le sette c’era bene il tempo di mandarlo giù, spinaci per mutare, albicocche perché erano ancora una rarità, ribes perché fra quindici giorni non ce ne sarebbe stato più, lamponi portati apposta da Swann, ciliegie, le prime che venissero dal ciliegio del giardino dopo due anni che non ne aveva più date, formaggio di panna che mi piaceva molto una volta, un dolce di mandorle perché il giorno prima lo aveva ordinato, una focaccia perché era il nostro turno di offrire. Quando tutto questo era finito, composta espressamente per noi, ma dedicata in particolare a mio padre che era un amatore, ispirazione, attenzione personale di Françoise, ci era offerta una crema di cioccolata, fuggitiva e leggera come un lavoro di occasione in cui avesse spiegato tutto il suo talento. Chi si fosse rifiutato di servirsene dicendo: – Mi basta non ho più fame – sarebbe immediatamente sceso alla categoria dei villani che, pur nel dono che l’artista fa loro di uno dei suoi lavori, guardano al peso e alla materia dove non ha valore che l’intenzione e la forma. Lasciarne anche una sola goccia nel piatto sarebbe stata la stessa prova di scortesia che alzarsi prima del termine della sonata in faccia al compositore.

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Tratto da La Strada di Swann, Marcel Proust; traduzione Natalia Ginzburg; Einaudi.

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