Certi libri vanno assaggiati,

altri si devono inghiottire,

e pochi altri masticati e digeriti.

Francis Bacon

Credo che nel mio caso la mia prima esperienza con Rebecca Lee appartenga a qualcosa che sta tra la prima e la seconda categoria. A quel posto indefinito dove vanno quelle letture di intermezzo, quelle cose che assaggi e non sai se ne vorrai ancora ma che se ti ricapiteranno tra le mani probabilmente accoglierai senza fare troppe domande.

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Premessa ingenua, ma non troppo.

I sette racconti di Lince Rossa e altre storie non contengono “grosse verità”, nel senso che non fanno parte di quella che chiameremmo la grande letteratura. Ed è così che li si approccia. Un lettore sensibile lo sa e lo accetta. Considerando al contrario la quarta di copertina piuttosto generosa, lo sa che la Lee non è Carver e nemmeno la Flannery O’Connor che dà bastonate e ti lascia lì da solo nel tuo angolino a cavartela con il tuo dolore. Semplicemente, in questo caso siamo davanti a storie con qualcosa di buono e qualcosa di meno buono.

Rebecca Lee sa scrivere, e il suo mestiere (che è anche quello di insegnarlo agli altri) si vede tutto. Volendo riconoscere tutti i meriti di questo suo debutto letterario potremmo dire che è molto abile nel costruire e agganciare tra loro immagini lievi, flash di uno strano esotismo e legami tra personaggi appena tratteggiati, ma a volte qualcosa non torna. Capita che tra un improvviso volo di uccelli e una discussione con uno strambo psicologo, proprio quando sei nel mezzo della storia e ti ci sei ambientata come un pesciolino appena arrivato in un acquario nuovo, la Lee prende una direzione che non riesci a seguire e hai l’impressione di esserti persa qualcosa per strada o di non ver afferrato bene.

Forse manca un po’ di costanza, soprattutto negli ultimi racconti. Si ha la sensazione che l’autrice semini molto ma che poi, per un motivo o per un altro, non raccolga tutto o, almeno, non lo faccia secondo le sue potenzialità. Tanto che viene il dubbio di trovarsi di fronte ad un prodotto un po’ troppo “confezionato”: funzionale al racconto, ma a volte privo di anima.

Altro aspetto. I personaggi hanno tra loro una distanza che spesso è geografica e culturale. È così per Margit con il fidanzato rumeno Rezvan in Da qui al sole ed è così anche per la studentessa Margaret e il professore Stasselova in Sulle rive della Vistola. Le loro interazioni, però, rimangono su un piano indecifrabile e forse poco credibile.

Cosa sarebbe successo se il professore e la studentessa avessero portato il loro dialogo oltre? Come sarebbe cambiato il rapporto tra Mergit e il fidanzato che coltiva un amore-odio verso l’America che lo ha accolto se si fossero parlati sul serio? Sono domande che ci si pone perché poi leggi passaggi come questo in Da qui al sole:

«Questo posto mi sembra così strano, così infantile. Avete una quantità di problemi che non sono reali, e li affrontate con una serietà e un’attenzione che fanno tenerezza. La gente parla dei propri sentimenti come fossero opere d’arte o letteratura che andrebbe analizzata e tramandata. Nel mio Paese si ama o si odia. L’essere umano è per tutti un mistero, e lo accettiamo. I problemi lì sono problemi veri. Non hai da mangiare, questo è un problema. Ti manca una gamba, questo è un altro problema. Sei infelice, questo no, non è un problema e non c’è niente da dire».

«Io credo di sì».

«Appunto. Perché sei americana. Per voi le cose grandi sono piccole e le cose piccole sono grandi».

O questo finale di Min, in cui il padre Albert (di cui non sappiamo quasi nulla perché la Lee lo ha ignorato fino a quel momento avendo spostato il focus del racconto su altro) accompagna il rimpatrio forzato dei profughi respinti con infiniti e ostinati inchini:

Mentre ce ne stavamo lì, sotto quella pioggia profumata, a guardare Abert ripetere il suo inchino perpetuo, disperato, frutto di un senso di colpa insopportabile, di una tristezza inconsolabile, non riuscivo nemmeno a concepire che l’equilibrio del mondo – due terzi soddisfazione, un terzo passione – potesse mai essere restaurato.

Ora, il punto qui non è avere risposte. Il punto è che almeno avremmo voluto conoscere meglio Albert e vederci un pezzettino della nostra angoscia.

Alla fine, insomma, resta il dubbio di non aver capito nulla di una cosa che pure aveva del buono. Giudizio finale rimandato alla prossima uscita.

 

Lince Rossa e altre storie, Rebecca Lee; Black Coffee Edizioni Clichy, 2016.

Titolo originale: Bobcat and other stories (2013)

 

 

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