Prima opera di successo del norvegese Knut Hamsun, Fame (1890) è il racconto fatto in prima persona del decadimento fisico e mentale di un giovane scrittore alle prese con le ristrettezze della povertà. Ambientata in una Christiania di fine Ottocento (l’attuale Oslo), la storia si svolge tra l’oscurità di camere provvisorie, dimore arrangiate o fortunosamente trovate, e le strade gelide della città invernale. Tra le panchine, i giardini e i gradoni di pietra dei palazzi e del porto.

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Uno degli aspetti più toccanti di questo breve e prezioso romanzo è la testardaggine con la quale il protagonista rifiuta di arrendersi alla realtà, non volendo prendere atto del suo fallimento totale e della necessità di chiedere aiuto. C’è qualcosa di infantile, di cavalleresco al contrario che ci avvicina a lui. Ne percepiamo i tormenti mentre vaga per le strade cercando un’ispirazione sfuggente stringendo in mano qualche foglio e un mozzicone di matita; sentiamo la fame, il sudore e il gelo appiccicarglisi alle ossa e i capelli aggrovigliarsi sulla fronte febbricitante. Avvertiamo i crampi allo stomaco, il bruciare di quel poco che riesce a mettere in corpo prima di rigettarlo perché non è più abituato ad assimilare un pasto normale. L’umiliazione di non poter fare nulla per se stesso e per gli altri. La lotta per scacciare da sé la consapevolezza di far parte di un mondo di emarginati destinati a soccombere e la constatazione di vivere una vita parallela rispetto alla città operosa. La disperazione nell’aggrapparsi al proprio talento, ultimo baluardo di difesa. Il fortino definitivo.

Con molta classe Hamsun non si intromette nella narrazione. Lascia fare. Non costruisce discorsi sul valore della persona, sul posto che le legittime ambizioni (o illusioni?) occupano nella vita di ciascuno di noi. In altre parole, non traccia i confini di quel fortino perché la battaglia per salvare il proprio perché, la propria ragione di essere a scapito delle opzioni di cui si dispone nella realtà è una questione soggettiva. Ognuno la combatte come vuole, con le armi che sceglie e fino a dove vuole. Se crollerà, sarà lui a decidere come.

In Fame abbiamo come compagno di viaggio un personaggio poetico, patetico, ma eroico a suo modo. Un donchisciottesco cavaliere con la matita che insegue i suoi sogni di gloria.

Io stesso mi sentivo come un verme in preda alla distruzione in quel mondo che si intorpidiva nel proprio sfacelo. Balzai in piedi frustrato dall’angoscia e feci alcuni salti scomposti. «No!» gridai stringendo i pugni. «Basta! Bisogna finirla!». E rimessomi a sedere strinsi la matita: bisognava cominciare seriamente un articolo. Era sciocco abbandonare la partita se dovevo ancora pagare la pigione.

Lentamente i miei pensieri si raccolsero. Approfittai dell’occasione e scrissi piano e ponderatamente alcune pagine come introduzione a qualche cosa: poteva essere l’inizio di varie cose, di una descrizione di viaggio, d’un articolo politico, a piacere. In ogni caso era un inizio eccellente. Poi mi diedi a cercare un argomento preciso da trattare, una persona o una cosa, era lo stesso. Ma non riuscivo a trovar nulla. In quello sforzo sterile i miei pensieri si accavallarono di nuovo disordinatamente e sentivo che il cervello non mi dava retta e la testa si vuotava, si vuotava, finché mi rimase sulle spalle vuota e leggera. Quel vuoto spalancato me lo sentivo in tutto il corpo, che era scavato dalla testa ai piedi.

 

Fame, Knut Hamsun; Adelphi

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