Ho cominciato a pensare a come scrivere questo post subito dopo aver tentato con scarsi risultati di pubblicare su Twitter una frase tratta da La strada di Swann. Du côté de chez Swann per i francofoni.

copOra, a meno di non tagliare impietosamente parentesi, subordinate e incisi, l’impresa non si rivela né semplice né sensata. Provate voi a far stare in 140 caratteri hashtag esclusi una frase di Proust che abbia senso compiuto! Ma il punto, in effetti, è proprio questo. Perché ostinarsi e darla vinta al nonsense digitale? Piuttosto, desisto e accetto che alcune cose hanno bisogno del loro lungo respiro.

Il fatto è che dopo aver concluso il primo dei sette libri caparbiamente pubblicati tra il 1913 e il 1927, ho preso l’abitudine di pensare alle ore dedicate alla lettura di À la recherche du temps perdu (Recherche per gli amici) come la mia piccola riserva di segreto godimento estetico. Il mio personale modo di essere inconsueta, deliziosamente démodée. “Against all odds” direbbe il buon Phil Collins (mi scuso per la libera associazione mentale ma Proust, soprattutto quando si tratta di musica, gioca di questi scherzi…).

Allora ho pensato che forse è proprio per questo suo essere anacronistico che Proust è una bella prova da affrontare in questo 2016.

Potrei buttarla sull’accademico e dire che, come sostengono molti studiosi e sociologi di oggi facendo a gara sulle colonne degli inserti culturali, stiamo perdendo la pratica della “lettura profonda” e la capacità di assimilare informazioni organizzate in modo complesso, testi che richiedono tempi lunghi e che per questo hanno bisogno di ore prive di distrazioni digital-causate. Qui, invece, voglio farla più semplice e dire che un’avventura di questo tipo rappresenta una sorta di palestra di sopportazione dove trovare attrezzi efficaci anche se leggermente obsoleti.

Non nego, però, la peculiarità della Recherche di Proust. Per avventurarcisi serve tempo, una buona poltrona e una certa predisposizione alla contemplazione. Occorre lasciarsi scivolare piano nel divano concedendo ai sensi di ricordare sensazioni e alla mente di riconnettere visioni.

E allora, se terrete duro, sarete pronti ad emozionarvi davanti a un biancospino rosa, a individuare i dettagli che rendono un monocolo più chic di un altro, a decifrare l’imbarazzo nella conversazione tra due principesse, a cogliere tutta la drammaticità sociale nel non usare in maniera appropriata i modi di dire (e a sorriderne con la manina graziosamente poggiata sulle labbra), e a capire quanto è efficace la botanica nel prestare equivalenti di senso al comune “faire l’amour”. 

Se, invece, inizierete ma poi desisterete dal continuare la Recherche, non sentitevi troppo in colpa. In fin dei conti è un tentativo fatto. In quel momento non avrete fallito, ma sarete un po’ come l’”eroe” Swann, che nel tentativo notturno di avere rassicurazioni sulla solidità dei sentimenti provati dalla sua amante sbaglia finestra bussando a quella dei vicini. Insomma, nulla di grave. Nulla che vi impedisca di trovare la finestra buona. Prima o poi.

Ah comunque, la frase che volevo twittare era la seguente:

Senza dubbio, se allora avessi badato meglio io stesso a quel che c’era nel mio pensiero quando pronunciavo le parole “andare a Firenze, a Parma, a Pisa, a Venezia”, mi sarei reso conto come ciò ch’io vedevo non fosse affatto una città, ma qualcosa di non meno diverso da tutto quanto mi era noto, qualcosa di non meno delizioso, di quel che forse sarebbe per un’umanità la cui vita si fosse sempre svolta nei crepuscoli invernali, questa meraviglia sconosciuta: un mattino di primavera.

Questa la versione 2.0!

 

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