È iniziata da poco su Netflix la terza stagione di Penny Dreadful. Non mi dilungherò su quanto sia qualitativamente superiore a molti prodotti attualmente in circolazione, piuttosto mi limiterò a pescare tra i tanti riferimenti letterari che la serie offre due voci splendenti della poesia inglese di fine Ottocento: Sir Alfred Tennyson (1809-1892) e John Clare (1793-1864).

Partiamo dal secondo. Chi ha seguito tutta la seconda stagione probabilmente ricorderà la bellissima scena in cui la “Creatura” di Victor Frankenstein (Rory Kinnear) e la misteriosa Vanessa Ives (Eva Green) si incontrano. A suggellare il momento è la struggente “I am” di John Clare, i cui versi sono riportati in vita in maniera molto azzeccata (applausi agli sceneggiatori!). Una poesia che finisci per amare perché non invade il campo, ma vive brillando di luce propria.

Riporto di seguito il testo integrale: in originale e nella mia personalissima (spero fedele) traduzione.

I am

I am—yet what I am none cares or knows;
My friends forsake me like a memory lost:
I am the self-consumer of my woes—
They rise and vanish in oblivious host,
Like shadows in love’s frenzied stifled throes
And yet I am, and live—like vapours tost.

 

Into the nothingness of scorn and noise,
Into the living sea of waking dreams,
Where there is neither sense of life or joys,
But the vast shipwreck of my life’s esteems;
Even the dearest that I loved the best
Are strange—nay, rather, stranger than the rest.

 

I long for scenes where man hath never trod
A place where woman never smiled or wept
There to abide with my Creator, God,
And sleep as I in childhood sweetly slept,
Untroubling and untroubled where I lie
The grass below—above the vaulted sky.

 

Io sono (traduzione mia)

 

Io sono! Ma cosa sono a nessuno importa e nessuno sa.
Dimenticato dagli amici come un ricordo perso:
mi consumo nei miei stessi dolori; –
Sorgono e muoiono, nell’oblio disperso,
come ombre negli spasmi soffocati dell’amore. –
Eppure io sono e vivo, proprio come vapore.

 

Nel nulla del disdegno e del rumore,
Nel vivo mare dei sogni a occhi aperti,
Dove né di vita né di gioia v’è senso,
Ma solo il grande naufragio di tutti i miei traguardi,
Perfino i più cari, quelli più amati
mi sono estranei –  anzi, ancora più estranei degli altri.

 

Bramo luoghi dove l’uomo non ha mai messo piede,
Un posto dove nessuna donna ha mai sorriso o pianto,
per dimorare con il mio creatore, Dio;
E dormire come dolcemente dormivo nella mia infanzia,
non turbando né turbato, dove io mi distendo,
sotto l’erba, sotto la volta del cielo.

 

John Clare, il “poeta folle”, il poeta negletto, scrisse I am presumibilmente intorno al 1846 (gran parte della sua produzione fu ricostruita dopo la sua morte) e rappresenta ancora oggi uno dei primi testi in cui emerge quel senso tanto moderno della frammentarietà dell’esistenza umana e, soprattutto, quel senso di alienazione che accompagnerà e trasporterà l’io romantico nelle trappole della nuova era industriale.

 

Suggestivo anche il modo in cui il poeta viene rievocato in Penny Dreadful: Clare trascorse la maggior parte della sua vita in manicomio e venne riscoperto solo dopo, nel Novecento inoltrato, quindi la consonanza con la Creatura, essere escluso ed emarginato per eccellenza, ci sta tutta.

 

E ora veniamo alla terza stagione, alla seconda illuminazione. Quasi alla fine della prima puntata, collocata temporalmente proprio il giorno della morte di Tennyson (il 6 ottobre 1892), Vanessa Ives riporta in vita alcuni versi di Maud, lungo poema di Tennyson. Anche in questo caso, la scena è molto ben riuscita e noi, per nostra fortuna, ci gustiamo un altro bel momento letterario. Sono poche parole rispetto alla vastità del testo integrale, ma molto significative.

 

Da Maud

Pulsate, stelle felici, a tempo con ciò che è sotto di voi
Pulsate con il mio cuore, più lieto di qualsiasi cuore
Lieto. eccetto che per alcuni segnali nascosti di dolore
che sembrano attirarmi – ma non deve essere così:
che tutto vada bene, che vada bene.

 

Beat, happy stars, timing with things below,
Beat with my heart more blest than heart can tell.
Blest, but for some dark  undercurrent woe
That seems to draw – but it shall not be so:
Let all be well, be well.




Cosa lega John Clare e Tennyson? Praticamente nulla, se non un qualcosa che li rende entrambi speciali agli occhi di noi lettori degli anni Duemilaqualcosa. Clare fu un escluso, Tennyson un eroe nazionale. Clare un fragile e sublime frantumatore, Tennyson un sobrio tessitore di versi animato dall’amore per l’epica e da una certa testardaggine a non rinunciare al “sogno” dei poeti romantici che lo avevano preceduto; a quella che lui chiamava la “rêverie”.

Tutte cose che in un modo o in un altro rendono anche le maratone di serie televisive notevolmente più ricche.

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