La vita vera è fatta di molti grigi e di mezze cose. Non le fiabe, che, al contrario, sono universi ordinati dove bianco e nero sono chiaramente distinti. Idem per i loro personaggi, immuni al logorio del dubbio: o sono buoni o sono cattivi.

cigno e Andersen

Per come le abbiamo sempre conosciute, oltre alla semplicità e a un discreto numero di colpi di scena e di effetti speciali, le favole offrono anche un altro indiscutibile punto di forza. Ti concedono il lusso di credere all’incredibile, di non porti domande e non cercare risposte e di adottare quella disposizione d’animo che Coleridge chiamava suspension of disbelief, la sospensione del senso critico, cioè di quell’istinto che ci porta a voler sempre sapere di più e a ricondurre tutto ciò che accade alla verosimiglianza.

E poi c’è la Magia, che tu accetti come un dato acquisito.

Michael Cunningham nel suo Un cigno selvatico, appena pubblicato da La nave di Teseo con la traduzione di Carlo Prosperi, fa un’operazione molto sofisticata e rompe al posto nostro questa specie di “patto di non riflessione” lasciandoci nella non facile posizione, da adulti vaccinati nei quali ci siamo nel frattempo trasformati, di ridare un nuovo colore alle cose. Ci costringe al confronto brutale con quei potenti immaginari infantili in una fase della vita in cui sappiamo che dopo il “e tutti vissero per sempre felici e contenti” c’è la parte più interessante, quella in cui i veri Eroi vengono fuori e magari affrontano a mani nude e senza spade magiche trovate in un lago il drago del precariato, le maledizioni del Capo, le paludi puzzolenti delle metropolitane, le trappole del matrimonio e gli incantesimi lanciati dagli stregoni più pericolosi di tutti, quelli del marketing pubblicitario. Ci racconta tutto quello che accade dopo il lieto fine e che non è mai stato raccontato.

Con quale esito? Ve lo dico non prima di aver ricordato un’altra cosa.

Tempo fa, più di un sopracciglio alzato accolse la notizia che il colosso editoriale Random House stava progettando di affidare ad alcuni autori di successo la riscrittura in forma di romanzo di alcuni capolavori di William Shakespeare. Reazione? Un coro di indignazione scandito dai vari “Perché? Se ne sentiva davvero il bisogno? Serve davvero questo per rendere “alive for a contemporary readership” testi immortali già in originale?” ecc ecc.

Per come la vedo io il caso di Cunningham, che pure gioca molto liberamente con classici e classicissimi della narrativa d’infanzia, è diverso. Mentre boccio senza possibilità di appello le “cover versions” del Bardo, Un cigno selvatico mi ha convinto, e molto.

Le ragioni sono quelle che lo stesso Cunningham ha spiegato nel corso dell’evento di presentazione svoltosi qualche giorno fa all’ultimo Salone del Libro di Torino: «Volevo che i personaggi fossero più umani. Nelle favole le loro caratterizzazioni sono chiare perché o sono buoni o sono cattivi. Tentare di comprendere le fragilità dei cattivi, di capire le loro ragioni, vuol dire recuperarne l’umanità. In fin dei conti, chi non si è mai compromesso per amore?».

cunningham salone
Al centro Michael Cunningham; a sinistra Ivan Cotroneo e a destra l’attrice Valentina Romani (foto per gentile concessione di Scratchbook.net)

Umanità dei cattivi, ma anche l’umanità dei buoni, cui l’autore di Le ore dona nuove sfumature psicologiche e qualche pecca che pure ce li fa sentire più vicini. Cunningham, però, fa anche altre cose. Recupera personaggi tradizionalmente in secondo piano, ne approfondisce i legami reciproci scavando nella loro psicologia, li pone a confronto con problemi anche molto pratici e tipicamente nostri, cioè di noi contemporanei: come se la cava in una città reale un principe che oltre ad avere un’ala di cigno al posto di un braccio è anche “privo di competenze spendibili” (giuro, è scritto così)? Perché la madre di Jack non lo prende a ceffoni quando lui torna a casa dopo aver venduto l’ultima vacca rimasta in cambio di fagioli magici per giunta non testati? Che compagno sarà il principe dopo aver svegliato Biancaneve con un bacio?

Nel far tutto questo, Cunningham-narratore non scompare mai. È una voce che si palesa. Ci mostra le mani, il suo modo di giocare con le infinite opzioni di riscrittura sperimentando persino la farsa (come in A fagiolo, immaginando un dialogo tra il gigante e la gigantessa).

Ovviamente lo fa servendosi della sua sensibilità. E qui sta l’unico possibile rischio. A qualcuno potrebbe andare stretta e sentirsi come il nostalgico principe (il racconto è Avvelenata) che chiede a quella che poi capiamo essere Biancaneve di rimettere in scena il suo sonno…

Mamma mia… guardati. Un sonno come morte. Prima ancora che io esistessi. Per te, intendo. Quando ero… okay, mi piace pensarla così, quando ero un sogno nel tuo sonno, quando ero una premonizione, quando ero perfetto perché non esistevo, quando ero pura possibilità e, spero proprio che non ti sembri grottesco, quando tu eri immacolata, e completamente estranea, e la creatura più bella e perfetta che avessi mai visto. Prima che alzassi il coperchio, intendo, e ti baciassi.

Potremmo sentire la stessa voglia, voler tornare all’originale, a quando tutto era ancora aperto e non c’era un dopo. Ascoltare o leggere una favola in fin dei conti è un po’ un atto di fede. Sta in piedi finché stai al gioco e rinunci a fare domande. Qui, per leggere Un cigno selvatico, devi fare un ulteriore atto di fede, dare retta ad un’altra voce e accettare che si sovrapponga a quella del tuo fanciullino in cui le storie si sono sedimentate. Fortunatamente Cunningham è un grande autore ed è una concessione che facciamo volentieri. Gli cediamo l’onere di aggiungere altra invenzione a quei sedimenti, di andare dopo il bacio a Biancaneve per entrare nel mondo reale in cui devi per forza soppesare, prendere posizione e fare delle scelte.

Nello spingerci in quell’oltre inesplorato in compagnia dell’autore potremmo anche capire perché a volte è un bene non accontentarsi di quell’unico “e tutti vissero per sempre felici e contenti”. Potremmo anche sentirci meglio, farci bastare quello che abbiamo e dirci che, tutto sommato, non ci va poi così male.

La sua vita, dice a se stesso, non è la peggiore di tutte le vite possibili. Forse basta questo. Forse è questo che c’è da sperare, che non peggiori ulteriormente.

(da Un cigno selvatico).

 

Un cigno selvatico, Michael Cunningham, La nave di Teseo Editore, 2016, Milano.

 

 

Annunci