Carbone, legno, alcol, ferri vecchi, nebbia, alberi e montagne. Il West Virginia, con i suoi uomini dalle mani sporche di grasso, terra e sangue raggrumato per le risse e la caccia, è il mondo di Breece D’J Pancake. È un universo chiuso e cristallizzato come i trilobiti, i fossili marini che danno il titolo a questa raccolta di racconti da poco ripubblicata da minimum fax; è un pezzo di terra popolato da gente modesta che impiega tutte le proprie energie per centrare un unico obiettivo: alzarsi la mattina e tirare avanti.

Decisamente, non si vola alto. Non c’è traccia né di bellezza, né di sogno americano. I rapporti tra esseri umani sono una questione di forza fisica, come un combattimento tra galli, sono un fatto di puro istinto, le case sono catapecchie di legno o roulotte parcheggiate ai bordi di boschi impervi, il lavoro è qualcosa che si rimedia fortunosamente, un residuato di un passato industriale che non tornerà più. Tutto è decadenza. Le vecchie miniere di carbone sono quasi tutte chiuse, anche il commercio del legno non va più. Si tira a campare come si è sempre fatto e il futuro, quando qualche anima “pura” riesce a immaginarlo fuori da quel recinto soffocante, somiglia più ad un istinto di fuga che ad un progetto. Anche i rapporti familiari sembrano intrappolati in un passato destinato a ripetersi sempre uguale, come il calco di un fossile. I padri hanno fatto la seconda guerra mondiale, i figli quella del Vietnam. Le donne hanno poco spazio. Tutti sono soli.

C’è già tutto nell’incipit di Trilobiti, il primo racconto.

Apro lo sportello del camioncino, smonto sulla stradina di mattoni. Guardo di nuovo Company Hill, consumata e tonda. Tanto tempo fa era tutta un dirupo e stava come un’isola nel fiume Teays. Ci ha messo più di un milione di anni a trasformarsi in una collinetta liscia, e l’ho battuta da cima a fondo in cerca di trilobiti. Penso che è sempre stata lì e ci resterà sempre, almeno finché serve. L’aria ha i fiumi dell’estate. Un volo di storni fluttua sopra di me. Sono nato in questo posto e non ho mai smaniato per andarmene. Ricordo gli occhi senza vita di papà, che mi guardavano. Erano tutti secchi, e questa cosa mi ha lasciato un po’ svuotato. Chiudo lo sportello, mi avvio verso la tavola calda.

Il Teays è un simbolo e un monumento. È un gigantesco fiume preglaciale ormai prosciugato il cui letto è diventato uno stradone da percorrere su camioncini arrugginiti tenuti insieme solo dalla testardaggine. I fossili sono quello che resta o, meglio ancora, il ricordo di qualcosa di morto che resta. Come lo sono molti padri, la cui ombra è sempre presente nei figli, giovani uomini buttati in una giungla dove verità e menzogna si mescolano (Cacciatori di volpi). Ragazzi drammaticamente giovani e ingenui invecchiati nel fisico e nello spirito.                 

Cosa rende questi dodici racconti assolutamente stupefacenti? La capacità sorprendente di Pancake di dare un corpo, carne e sangue, alla lotta per la sopravvivenza in un mondo così privo di speranza in cui tutto sembra non avere senso, dall’infanzia ai semafori («I lampioni si spengono e scatta il semaforo in fondo a Font Street: ma non ferma nessuno, non avvisa nessuno, non mette fretta a nessuno»); una scrittura scarna, essenziale che pure ti obbliga a procedere piano, come fossi un forestiero catapultato in un bosco che non conosci, per visualizzare il cielo che cambia poco prima dell’alba, ogni singolo filo d’erba di campi sterminati e le colline di quest’America ai margini di tutto che somiglia ad un groviglio di fango e istinti animaleschi.

Eppure, non tutto ha lo stesso tono. Si avvertono dei sussulti qua e là. Qualcuno prova a tirarsi fuori da quei paesini tutti uguali. Qualcuno si concede il lusso di immaginare senza sperare che, forse, un giorno, con quella macchina faticosamente assemblata dietro casa con i pezzi di altre carcasse, potrà trasportare altrove la propria esistenza. Qualcun altro si ferma a una domanda (Onore ai morti).

Ho preso coraggio: «Che dici papà, posso andarci all’università?».

«Che c’è di male a fare il contadino?»

«Niente, signore, se uno non ha altre aspirazioni».

Mi si è avventato contro tra i filari di canna e io ho alzato la guardia sinistra come mi aveva insegnato Eddie, tenendo il destro basso, vicino al corpo.

«Complimenti», ha detto lui. «Proprio carino. Quando ti chiamano per la leva?».

Ho abbassato la guardia. «Quando prendo il diploma… È l’unica possibilità che ho per restarne fuori».  

Lui ha caricato la pipa, s’è girato su se stesso come in cerca di qualcosa, poi s’è fermato, con lo sguardo rivolto alle colline. «Tutta colpa del tuo maledetto nome. Quando sei nato papà disse: “Chiamalo William Haywood, e se mai va in miniera spero che muore soffocato”».

Ho pensato che era stata proprio una porcata da parte del nonno, ma ho guardato papà, speravo che mi desse l’approvazione.

E lui: «Ormai tutti vanno a scuola per avere una vita migliore. Però se tutti prendono quella strada, sarà ora di girarsi e andare da quest’altra, no?». Ha indicato con le mani in due direzioni. «Chi se ne frega se alla fine cacano pepite d’oro, qualcuno la terra la deve zappare. Non ci sono santi».

E io ho detto: «Sissignore».

Quel «sissignore» che ritorna più volte, però, ha la meglio. È come una maledizione eterna che si perpetua meccanicamente e si diffonde come un’eco nelle valli gelate tra una collina e l’altra. Tu che leggi vorresti continuare, vorresti andare oltre e immergerti tra quegli alberi centenari per sentire le cose pulsare. Rimpiangi il fatto che Pancake non ti abbia lasciato altro e che non si sia dato il tempo, a soli ventisei anni, di costruire il romanzo che aveva in mente di scrivere.

(…)

«Polvere nel vento».

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West Virginia, somewhere.

 

Trilobiti, Breece D.J Pancake; Edizioni minimum fax, 2016. Traduzione Cristiana Mennella.

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