È di qualche giorno fa la notizia che alcuni studenti dell’università di Yale hanno lanciato una petizione per chiedere al dipartimento di letteratura inglese dell’ateneo americano di riconsiderare i corsi di base eliminando l’obbligo di studiare alcuni grandi autori della tradizione. Per intenderci, Geoffrey Chaucer, Edmund Spenser, William Shakespeare, John Donne, John Milton, Alexander Pope, William Wordsworth e T.S. Eliot. I “Major English Poets”, i campioni del canone della Grande Letteratura.

Per quale ragione, si sono chiesti i 160 firmatari del documento, uno studente di Yale dovrebbe trascorrere ben due semestri a studiare solo “autori maschi bianchi”? Perché non introdurre la possibilità di scegliere tra i grandi capolavori di Shakespeare&Company e i testi scritti magari da autori neri, donne o appartenenti ad altre etnie?

Di qui la richiesta di decolonizzare (sì, è scritto proprio “decolonise”) il corso di base, quello cioè che fissa i requisiti minimi di preparazione alla Facoltà di letteratura.

Visto che sono curiosa, sono andata a leggermi il testo originale della petizione e ho scoperto che, in realtà, la questione è più profonda e più seria. In termini generali, anche se lo studio di opere come Macbeth, I Racconti di Canterbury o Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock per me rimane un punto fermo e imprescindibile per comprendere qualsiasi altra cosa scritta dopo, potrei anche capire le motivazioni dietro la richiesta di apertura avanzata dagli studenti-attivisti. Ma il punto è che le avrei potute capire e accettare se poi non avessi letto le seguenti righe a sostegno della petizione decolonizzatrice.

La sequenza dei “Maggiori Poeti inglesi” (questo il nome del corso, n.d.r.) crea una cultura che è particolarmente ostile verso gli studenti di colore.

Quando gli studenti vengono fatti sentire così alienati da dover lasciare l’aula, o rinunciare a seguire il corso, c’è qualcosa di sbagliato. Il Dipartimento di Inglese perde molto quando gli studenti di talento impegnati in analisi letteraria e culturale sono allontanati dalla Facoltà. Gli studenti che invece continuano a frequentare anche dopo il corso introduttivo sono impreparati a frequentare corsi di alto livello per quanto riguarda tematiche legate a razza, genere, sessualità, etnicità e nazionalità o anche a cimentarsi con teoria critica (…).

Ora, su questo passaggio a me si alzato il sopracciglio perché un conto è la richiesta di apertura verso testi tradizionalmente esclusi dal canone, altro conto è sostenere che la lettura di Paradiso perduto e simili non vada fatta perché non politicamente corretta verso studenti non maschi bianchi o appartenenti a minoranze, come sembra suggerire il documento. Perché se è questo il timore, quel “qualcosa di sbagliato” non è la composizione del canone, ma è una drammatica ristrettezza di vedute e di capacità critiche.

Si tratterebbe di una dichiarazione di debolezza o un’ammissione del fatto che oggi i giovani studenti di una delle più prestigiose università americane non hanno gli strumenti per contestualizzare un testo, per capirne il valore culturale calandolo nel tempo.

E a inquietarmi è che non è neanche un caso isolato. Tempo fa persino le Metamorfosi di Ovidio, una delle opere più belle e letterariamente e cinematograficamente “saccheggiate” dell’Occidente, furono messe sotto accusa per il presunto eccesso di scene erotiche non rispettose della sensibilità degli studenti musulmani (in quel caso era un’altra università, la Columbia). E che dire poi dello zelo dei funzionari nostrani pronti a occultare le statue di nudi dei Musei Capitolini per non urtare la suscettibilità del presidente iraniano Rohani in visita a Roma?

A me sembra che siano tutti episodi figli della stessa miopia. Spie di qualcosa di marcio nel nostro modo di vedere la cultura in tempi in cui si fa fatica a tenere il timone dritto. Per come la vedo io, sono indicatori di un revisionismo pericoloso quanto superficiale. Accettare ragionamenti su cui si basa la petizione di Yale (sempre per me) vorrebbe dire arrendersi ad una concezione della cultura drammaticamente arretrata.

In conclusione, a chi è appassionato e vuole approfondire i mezzi non mancano. Seppur con le debite cautele, strumenti come Google Books Ngram Viewer e metodologie di analisi “quantitativa” come il Distant Reading del professor Moretti possono aiutarci in qualche caso a recuperare pezzi del nostro passato e a guardare anche alla produzione letteraria con uno sguardo più strettamente scientifico colmando lacune e ristabilendo equilibri, ma guai a rinnegare ciò che di più alto abbiamo scritto e creato in nome di un politicamente corretto tutto da dimostrare. Perché un giorno potremmo svegliarci e non riconoscerci più.

Io a Ovidio, Chaucer, Spenser, Shakespeare, Donne, Milton, Pope, Wordsworth e T.S. Eliot non rinuncio. Sulla mia libreria le loro opere sono accanto a quelle di Virginia Woolf, delle sorelle Bronte, di Hamid, Rushdie, Pamuk, Mary Shelley, Elizabeth Gaskell e molti altri ancora. E convivono meravigliosamente.

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