Mettiamola così: per mettere i piedi a terra ho dovuto viaggiare nello spazio infinito e immaginare un universo parallelo. Una strana operazione al contrario dagli esiti tanto inaspettati quanto soddisfacenti.

È stata forse la problematica coesistenza di tre pezzi da novanta nel mio programma di lettura a suggerirmelo (David Foster Wallace, Proust e Shakespeare…), o forse la voglia estiva di recuperare storie semplici e assecondare un sano istinto di fuga dalla realtà. Fatto sta che per due settimane a farmi coraggio tra i “trip” chimici di Infinite Jest e i salotti della Recherche è stato il buon Walter Tevis con due delle sue storie più note: L’uomo che cadde sulla Terra e Solo il mimo canta al limitare del bosco. Due libri diversissimi tra loro, scritti a distanza di quasi venti anni uno dall’altro e in due stati d’animo opposti. Nella scia avvelenata della dipendenza dall’alcol nel primo caso e alla fine di un tormentato percorso di disintossicazione nel secondo.

L’uomo che cadde sulla Terra, dato alle stampe nel 1963 e trasformato in film dal regista Nicolas Roeg nel 1976, è la storia di un alieno, un essere simile ad un umano dall’aspetto fragile e raffinato (interpretato sullo schermo da David Bowie), che viene spedito sulla Terra, a Haneyville nel Kentucky, da quel che resta del suo popolo per salvare la sua gente dalla sicura estinzione sul pianeta ormai morente di Anthea. Per farlo, Newton, questo il suo nome, sfrutta le potenzialità commerciali delle sofisticatissime tecnologiche in suo possesso, che, una volta brevettate, fruttano un immenso patrimonio con cui finanziare la costruzione di una grande astronave con la quale portare sulla Terra gli antheani.

Tutto sembra procedere al meglio, ma qualcosa, ovviamente, si inceppa. L’alieno dall’intelletto superiore si lascia travolgere dalla convivenza con gli umani. Sperimenta la fragilità, le implicazioni delle relazioni. Scopre quanto ci si espone quando si provano dei sentimenti, il loro lato corrosivo, e inizia a mettere in dubbio la sua stessa identità. Scopre la solitudine. Capisce che la speranza è sempre l’ultima a morire, ma che un uomo da solo non può fare molto.

A me sono tornati in mente i racconti di Ray Bradbury. Soprattutto una scena in cui una coppia di marziani (ma questo il lettore lo scopre solo dopo, ed è appunto questo il bello) descrive con ribrezzo un essere umano atterrato a poca distanza da casa loro. È il trucco del vedersi da fuori, di cui i maestri della fantascienza hanno fatto un’arte. È quel guardarsi allo specchio e al microscopio allo stesso tempo, con il filtro di un’ironia atavica. Tevis lo specchio lo prende e lo mette davanti a un alieno. In Newton vediamo noi stessi, in un gioco infinto di riflessi incrociati. È in quel momento che il viaggio antico e senza fine del “chi siamo, dove siamo e dove andiamo” comincia. Io ho sempre pensato che farlo tra le stelle è più bello.

Un’operazione completamente diversa Tevis la fa con Solo il mimo canta al limitare del bosco. Pubblicato nel 1980, è un distopico ambientato in un futuro remoto dove tutto è in sfacelo. L’umanità è in via d’estinzione. Non ci sono bambini, nessuno ha coscienza di se stesso, dello scorrere del tempo, della Storia. È un mondo senza emozioni e senza libri in cui le relazioni umane sono scoraggiate. L’ordine esistente è qualcosa di immutabile che nessuno mette in discussione e le norme cui attenersi sono un residuato di un passato che nessuno ricorda. I principi assoluti sono la Privacy e l’Individualismo. La curiosità è vietata così come qualsiasi tipo di turbamento: “Non chiedere e rilassati” è uno dei motti, insieme a “Il sesso rapido è la cosa migliore”. Non esistono famiglie, la convivenza è bandita e persino guardarsi in faccia non è consentito. Anche l’amicizia è un concetto sconosciuto.

A governare tutto è Spofforth, il robot umanoide più evoluto di sempre: un “Nove”, l’ultimo rimasto della sua classe. Un robot imponente e bizzarro dalla pelle scura e i capelli crespi che ogni mattina sale in cima dell’Empire State Building, il grattacielo più alto rimasto a New York, e prova a suicidarsi senza riuscirci perché è stato costruito per non morire. Ciliegina sulla torta, non può dimenticare nulla, e questa è la sua maledizione.

«Quando era morta l’arte di leggere, era morta la storia».

La scheggia impazzita, però, c’è e ha le sembianze di Paul Bentley, un giovane umano che per puro caso ha reimparato a leggere da solo. Lettura dopo lettura impara a conoscere se stesso, a riconnettersi con la sua emotività; riscopre prima una vaga inquietudine e poi sentimenti sempre più potenti. Al culmine del suo viaggio trova anche l’amore, una cosa bella e preziosa che però dovrà difendere a costo della vita scontrandosi con i piani nichilisti di Spofforth.

Seguiamo Bentley cambiare: comincia a scrivere un diario, il suo modo di esprimersi matura e si arricchisce man mano che riesce a dare un nome alle cose e alle sensazioni. Di fronte all’oceano capisce cosa vuol dire la parola “sublime”. È il momento in cui percepisce se stesso in relazione ad “un altro” e decide di non voler sprecare la propria esistenza.

All’opposto, capiamo la tragicità della condizione del povero Spofforh. Un po’ ci somiglia quando dice a Mary Lou, la ragazza di cui si innamora Bentley, «mi piacerebbe sapere, prima di morire, che cosa si prova a essere la creatura umana che ho cercato di essere per tutta la vita»… ed è tremendamente simile a noi quando, alla domanda di una Mary Lou ancora confusa che gli chiede cosa intenda per amore, lui risponde:

«Palpiti nello stomaco. E intorno al cuore. Il desiderio che tu sia felice. Un’ossessione per te, per il modo in cui chini il mento e qualche volta sgrani gli occhi. Il modo in cui tieni la tazza del caffè. Sentirti russare la notte, mentre sto qui seduto».

Cosa ci rende umani allora, sembra dire Tavis? La fibra di cui siamo fatti o quel grande mistero che abbiamo dentro di noi e che agisce come un richiamo insopprimibile? Forse per capirlo davvero dobbiamo prima viaggiare fuori, uscire dal nostro involucro per poi tornare. Vederci da fuori.

(…)

Regalino. Luglio è il mese delle missioni spaziali. Il 20 saranno trascorsi 47 anni dal primo passo di un uomo sul nostro bel satellite. Nel caso non l’abbiate visto, vi suggerisco la visione di The last man on the moon (lo trovate su Netflix e qui). Se siete degli inguaribili sognatori come me vi scapperà anche qualche lacrimuccia.

– Houston mi ricevete?
– Roger!
– La Terra è incredibile! Vorrei che poteste vederla anche voi, davvero.

luna

 

Walter Tevis, L’uomo che cadde sulla Terra (titolo originale: The Man Who Fell to Earth); minimum fax, 2006.

Walter Tevis, Solo il mimo canta al limitare del bosco (titolo originale: Mockingbird); minimum fax, 2015.

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