Milleduecentodiciotto. Girare l’ultima pagina di Infinite Jest non è stato per nulla semplice. Era un momento che avevo desiderato molto verso pagina 800, ma quando poi è arrivato davvero ho avvertito una sensazione simile ad una lenta discesa verso terra. Ad uno sgonfiarsi, o alla melanconia che prende alla fine di un viaggio, quando il treno entra in stazione, tutti si alzano per recuperare i vari effetti personali e tu capisci che della vacanza rimane solo la fase di disfacimento bagagli e la separazione da uno stato mentale.

Come riprendere a leggere – mi chiedevo – dopo aver affrontato questo libro pesante, denso, impegnativo, divertente, faticoso, a tratti fastidioso, assurdo, surreale e incredibilmente Umano? A cosa passare dopo?

D’accordo, sono quella che compra statuette e cuscini con il faccione di Darth Vader e che dopo aver letto La strada di Swann si è messa a piantare nasturzi per ricreare sul proprio balconcino un pezzetto del sentiero di campagna descritto da Proust, ma un grado di attaccamento così elevato per un libro non lo avevo mai sperimentato prima di Infinite Jest.

Sarà per la lunghezza del libro, la cui lettura in effetti si trasforma per forza in una convivenza. Sarà per quel talento di saper materializzare sulla pagina scritta la non-linearità di una conversazione potenzialmente infinita (appunto) in cui le piccole cose oscillano dall’aver un’importanza fondamentale al non averne affatto. Fatto sta che per quasi due mesi ci ho vissuto dentro. Ci ho studiato come in una università molto speciale. Ho fatto liste infinite di altri libri da leggere. Mi sono lanciata in molte ricerche per immagini sul web. Ho cercato le Pop-Tarts, di cui Wallace si nutriva, il deodorante Old Spice, le tavolette di cioccolato Dove e i pannoloni per adulti. Mi sono anche documentata sulle infinite varietà di bong, ho approfondito gli effetti degli antidepressivi e dell’elettroshock. Ho ammirato di nuovo dal vivo l’Estasi di Santa Teresa del Bernini. Ho visto una quantità impressionante di video di campioni impegnati a tirare un lob e riflettuto sulla differenza tra libertà di e libertà da. Sono andata a ripassarmi gli integrali e le derivate! Ho persino comprato una pallina da tennis e, cosa ancora più bizzarra, l’ho portata con me in vacanza. Confesso anche di averci giocato con gusto nelle pause tra un capitolo e l’altro e di aver fatto come Hal nel romanzo; l’ho stretta in una mano davanti alla finestra rimanendo in equilibrio su un piede solo per rafforzare i legamenti della caviglia. E io non gioco a tennis e non ho l’esigenza di riprendermi da un infortunio.

Attaccamento personale a parte, Infinite Jest è un libro letterariamente e narrativamente affascinante. Pensato e costruito dal suo autore per non avere centro e per riflettere nella sua struttura, soprattutto con il suo mastodontico apparato di note («le note crudeli» come le chiamava lo stesso Wallace), la frustrazione che accomuna personaggi e lettore. Quell’andare avanti e indietro tra testo e note che è come il progredire e il tornare al punto di partenza, l’alternanza tra il gestire e il ricadere tipico di un percorso di disintossicazione, lo schema di chi è preda della dipendenza da una generica Sostanza.

Per chi non conoscesse la trama, Infinite Jest ruota intorno a tre poli principali che corrispondono ad altrettante linee narrative: le storie dei residenti della Ennet House (una casa di recupero per tossicodipendenti), i giovani campioncini della Enfield Tennis Academy (una peculiarissima accademia di tennis fondata dal regista suicida James Incandenza, padre dei tre fratelli Orin, Mario e Hal) e un complotto sgangherato di separatisti québechiani alla ricerca dell’arma definitiva con cui ricattare gli Stati Uniti. L’arma è la cartuccia master di un misterioso film, intitolato appunto Infinite Jest, citazione dall’Amleto di Shakespeare. Un film talmente divertente da risultare irresistibile, in grado di portare chi lo guarda ad uno stato di catalessi totale se non alla morte.

Il riferimento alla scena del “povero Yorick” (quella del teschio) offre una chiave semplice per richiamare lo slancio verso l’infinito, oltre la decadenza post mortem. Ma poi c’è anche Dostoevskij. L’amato Dostoevskij. Non solo e non tanto per i richiami tra i fratelli Karamazov e i tre fratelli Incandenza, ma soprattutto nel cuore profondo della questione che permea Infinite Jest nella sua totalità, come un fiume sotterraneo.

Il libro sarebbe una gigantesca sequenza di frammenti messi insieme per mostrare una verità sulla condizione umana che nessun altro scrittore dai tempi del grande maestro russo è più riuscito a rendere sulla pagina in termini così chiari e “socio-psicologici”: ciò che muove gli esseri umani non è l’amore verso il prossimo ma la volontà di abbandonarsi a qualcosa o a qualcuno. Se per Wallace le droghe o la TV sono solo allegorie schizoidi di questa pulsione, Dostoevskij ne Il Grande Inquisitore chiama in causa direttamente Cristo. Tu, Gesù Cristo, – fa dire al suo personaggio – hai dato agli uomini la libertà assoluta di amare e di amarti, ma così facendo hai messo sulle loro spalle un peso troppo grande da sopportare; gli uomini, tuona il Grande Inquisitore, non cercano questo, ma una figura alla quale sottomettersi semplicemente perché il tuo amore infinto non sanno come gestirlo.

Ecco allora che seguendo il fiume sotterraneo che scorre in Infinite Jest, e con l’aiuto di Dostoevskij, arriviamo alla sola conclusione possibile: se accettiamo come un dato di fatto questo istinto all’abbandono e alla sottomissione, l’unica cosa che conta davvero è l’oggetto verso cui indirizzi il tuo amore. Ecco perché Infinite Jest non è un romanzo sulle droghe come potrebbe suggerire una lettura superficiale. Piuttosto, è un libro che racconta il meccanismo umanissimo che sta sotto l’instaurarsi delle dipendenze, nel più ampio senso del termine. È un romanzo sulla condizione umana. Su cosa vuole dire lottare contro la condizione umana. È fatto di frammenti perché di frammenti siamo fatti noi e le nostre esistenze. Sul piano della tecnica narrativa, serviva a mostrare proprio questo “sottosuolo” il superamento da parte di Wallace del postmodernismo con il quale lui stesso aveva giocato nei suoi primi scritti. Qui, invece, con quel modo cerebrale e viscerale che solo lui ha saputo maneggiare, Wallace ha buttato via trucchi, magie e quel filtro ingombrante e deformante che è l’Ironia a tutti i costi. Qui serviva cuore e autenticità e in effetti questo c’è in Infinite Jest.

Infine, esplorato il cuore, possiamo avviarci verso l’uscita. Wallace voleva mettere alla prova il lettore, metterlo di fronte ad una sfida che gli mostrasse la pasta di cui egli stesso è fatto. Pensava davvero di aver scritto oggettivamente un libro difficile e divertente al tempo stesso, ma soprattutto, e qui sta la sfida, pensava di essere riuscito a creare qualcosa che continuasse a risuonare nella mente del lettore anche dopo aver girato l’ultima pagina. «Se non è così – disse a Lipsky durante la sua famosa intervista fiume – allora il libro con te ha fallito».

Nel mio caso, Dave, credo proprio che tu abbia vinto!

 

Testi letti:

Infinite Jest, David Foster Wallace; Giulio Einaudi editore; 2006; traduzione di Edoardo Nesi.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, D.T. Max; Giulio Einaudi editore; 2013; traduzione di Alessandro Mari.

Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta; David Lipsky; Edizioni minimum fax; traduzione di Martina Testa.

 

 

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