Una casa borghese in mezzo ad altre case borghesi. Notte. In una camera da letto chiusa al resto del mondo, due coniugi si interrogano su chi di loro sarà il primo a morire. Nessuno dei due vorrebbe restare solo, ma nessuno di loro ammette di voler vivere comunque, anche senza l’altro. Entrambi ne sono consapevoli. Entrambi lo nascondono. In lontananza “lo scarso traffico scorre via (…), quasi un chiacchiericcio di anime morte ai margini di un sogno”.

Eppure quella camera sembra essere un posto sicuro. Un luogo in cui far riposare i corpi e le menti. Un posto dove si trovano soluzioni ai problemi e le cose si mettono a posto semplicemente trovando una giusta distanza.

“L’amore ci aiuta a sviluppare un’identità sufficientemente sicura da poter essere affidata alle cure e alla protezione di un’altra persona. Babette e io abbiamo rivoltato le nostre vite per esporle allo sguardo intento del compagno, le abbiamo rivoltate sotto la luce della luna nelle nostre mani pallide, parlando fino a notte avanzata di padri e madri, infanzia, amicizie, risvegli, vecchi amori vecchi timori (tranne quello della morte). Nessun particolare deve essere tralasciato (…). L’odore delle dispense, il senso dei pomeriggi vuoti, la sensazione delle cose che ci piovevano sulla pelle, cose come eventi e passioni, la sensazione del dolore, della perdita, della delusione, del piacere intenso che lascia senza fiato. In tali declamazioni notturne creiamo uno spazio tra le cose come le sentivamo allora e come ne parliamo adesso. Lo spazio riservato all’ironia, alla comprensione e all’affetto divertito, strumenti con cui ci riscattiamo dal passato”.

Allora cos’è che non va?

Altra scena, circa centocinquanta pagine dopo. Un padre (uno dei coniugi di prima) e un figlio accorrono sulla scena di un incendio. A bruciare è un manicomio. Il luogo degli ultimi, degli inconsapevoli. Entrambi fissano le fiamme come fossero ipnotizzati, con la stessa passività di due spettatori davanti ad un televisore. Trenta metri o trenta chilometri di distanza dal luogo non farebbero alcuna differenza. Guardano, ma non sono partecipi. I due non si confrontano veramente sull’orrore che hanno di fronte, ma citano alternando le loro voci come recitassero un copione. Pronunciano frasi cliché da diretta televisiva. Non c’è niente di personale, nessuna opinione, nessuna impressione. Solo la traccia di un linguaggio appreso “per esposizione” ad un mezzo. Quel mezzo, ovviamente, è la televisione.

Il marito-coniuge protagonista delle due scene è Jack Gladney, professore cinquantunenne di studi hitleriani in un campus universitario dove la cultura popolare è diventata materia e strumento di studio della società americana. Nonostante il suo curriculum e la sua preparazione accademica, però, noi lettori in cerca di un’àncora cui appigliarci in questo mondo che si frantuma tra uno spot pubblicitario e nuove pulsioni consumistiche, scopriamo di non poter fare affidamento su di lui. Proprio nel momento in cui dovrà affrontare un dramma vero (non vi dico nulla della trama) scopriamo con dolore che persino lui, l’accademico pioniere di un nuovo campo di studi, non ha gli strumenti per interpretare la realtà e capirne i nuovi codici di comunicazione. Gladney è la voce narrante della storia, è i nostri occhi, ma non il personaggio in cui ci identifichiamo. È un uomo con evidenti limiti. Una persona dalla quale dovremo inevitabilmente prendere le distanze.

Proprio qui, secondo me, sta il tocco di genio di uno scrittore. Delillo, in quello scarto in cui fa stare una profonda disillusione, ci mette di fronte ad un rischio. È come se in tutto il libro avesse disseminato un avvertimento, un messaggio che non è chiaramente evidente ma di cui il lettore è chiamato a scoprire la frequenza: “non è detto che se incontri uno che ha le tue stesse paure, quella persona potrà essere la tua guida. Diffida, diffida sempre. La fiducia ha sempre un prezzo. Alla fine si è sempre soli a dover pesare le cose”.

Questo messaggio accompagna l’altro rumore di fondo del romanzo, il più evidente: la paura della morte. Le due cose vanno di pari passo e spesso si incrociano. Gladney, come la moglie, è ossessionato dall’idea di dover morire ma allo stesso tempo è consapevole di doversene liberare. Sa che non può occupare costantemente i suoi pensieri. È come un rumore bianco; un rumore costante, sempre uguale, che occupa tutte le frequenze.

È tutta la vita che muoio

Conoscendo superficialmente la fisica, però, sappiamo che il rumore bianco di per sé è una idealizzazione teorica, vale a dire che nella realtà non esiste. O meglio, un rumore che occupi tutto lo spettro può esistere solo in limitati intervalli temporali. In questo allora sta il paradosso e la “soluzione” per Gladney e per tutti i padri, i coniugi e i figli di questo mondo. La morte è un fatto inevitabile, tutto ciò che l’uomo è e tutto ciò che costruisce è destinato a finire. Averne paura costantemente o coltivare la paura, così come cercare di scacciarne per sempre il pensiero, è un nonsense, una trappola che può diventare terribilmente sofisticata. È un rumore di fondo con il quale bisogna solo convivere; al quale si dovrà variare la frequenza di tanto in tanto.

È un mistero che in qualche modo, tra un libro, la corsia di un supermercato, un incontro con una persona nuova, lo sforzo di imparare una lingua straniera o lo stupore davanti a un tramonto, sarà diluito. Almeno un po’. Almeno a tratti.

 

Don DeLillo, Rumore bianco; Giulio Einaudi editore; ET Scrittori, 2014; traduzione di Mario Biondi.

 

 

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