Due attori entrano in scena su un palco ancora immerso nella semioscurità. Entrambi si fermano al centro, uno di fronte all’altro, accendono un fiammifero e lo lasciano bruciare guardandosi negli occhi. Il primo a cedere e a buttare via il fiammifero è il perdente: sarà lui a interpretare Faust per quella sera. Al vincitore, invece, spetta il ruolo di Mefistofele, colui che otterrà l’anima del Dottore in cambio di… beh, lo vedremo.

Questa curiosa trovata ha aperto l’originalissimo adattamento dell’opera di Christopher Marlowe andato in scena al Barbican Theatre di Londra per tutto il mese di settembre. Io, visto che ero curiosa ed ero nei paraggi, e visto che tra le altre cose si trattava della Royal Shakespeare Company, non mi sono lasciata scappare l’occasione e ho fatto un esperimento che non facevo da tanto tempo: guardare uno spettacolo e rileggere il testo originale.

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Photo by Helen Maybanks © Rcs  –  Sandy Grierson e Oliver Ryan

Prima considerazione a caldo: assistere ad uno spettacolo recitato in lingua inglese di fine Cinquecento non è proprio una passeggiata. Ci vuole un minimo di confidenza con la lingua e un pizzico di motivazione in più del normale. Alcuni direbbero un pizzico di amore. Seconda considerazione: nei teatri inglesi la percentuale di giovani felicemente seduti tra galleria e platea è notevolmente superiore a quella che solitamente si riscontra in analoghi (magari!) consessi italiani. Ma del resto siamo in Inghilterra, patria storica del teatro; dove il verso recitato si respira persino nelle vetrine di Oxford Street (foto qui sotto). Terza considerazione: non c’è niente da fare, trovo gli attori britannici di un livello sensibilmente superiore, almeno secondo la mia personalissima percezione. Quarta considerazione: il Barbican Centre è fichissimo! Quinta considerazione: la sera prima non sono riuscita a prendere i biglietti per vedere Ian McKellen e Patrick Stewart in No Man’s Land di Harold Pinter, ma questa, ahimè, è un’altra storia. Tristissima.

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(Fotografata direttamente dal bus). Su questa vetrina dei famosi magazzini Selfridges, come su tutte le altre in Oxford Street, si può leggere la celebre citazione tratta da La Tempesta di Shakespeare: “We all are such stuff as dreams are made on; and our little life is rounded with a sleep”.

Impressioni a parte, veniamo a ciò che è stato questo spettacolo strano e commovente.

Il primo aspetto a stupirmi è stato il minimalismo efficace dell’allestimento. Decisamente più versatile di quel avrei potuto pensare ad una prima occhiata. Ai lati del palco semplici scatole e mucchi di libri, sullo sfondo una sorta di parete di plastica trasparente fissata ad una rudimentale cornice di legno. Elementi che più in là nel prosieguo della rappresentazione avrebbero rivelato le loro sorprendenti potenzialità.

Elemento fondamentale della scenografia, che in pratica si compone ogni sera, è il gigantesco pentacolo che Faust disegna all’inizio dipingendo con la vernice tutto lo spazio del palcoscenico. Il disegno rimarrà lì, bianco su sfondo nero, come un monito spaventoso delle umane debolezze.

“La filosofia è odiosa e oscura,

la medicina e la legge sono per menti meschine,

la teologia è ancora più bassa delle altre,

sgradevole, aspra, ripugnante, vile.

È la magia, la magia, che mi ha innamorato”.

‘Tis magick, magick, that hath ravisht ‘me.

Il lavoro di adattamento fatto sul testo è stato molto intelligente. Avendo riletto l’originale di Marlowe, posso tranquillamente dire che l’operazione svecchiamento non ha snaturato la potenza ambigua dell’opera. Tolto un buon numero di interazioni con figure secondarie e personaggi umili piuttosto tipici del teatro dell’epoca (che doveva essere anche, lo ricordo, intrattenimento popolare), in scena risulta evidenziata ancora di più la solitudine di Faust. Un personaggio leggermente più fragile rispetto a quanto sia nel testo marlowiano, maggiormente in balia delle sue esitazioni e della viscida influenza di Mefistofele.

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Photo by Helen Maybanks © Rcs

A questo punto, considerando le oscillazioni di Faust e ai suoi presunti tentativi di pentimento, non posso fare a meno di pensare ad una coincidenza. Faust è una personalità affascinata dalla dimensione teatrale, ma soprattutto uno scholar di Wittenberg molto dotato. Ora, ricordate qualcun altro che abbia studiato lì, magari particolarmente attratto dal teatro e soggetto a frequenti esitazioni? Mmmm, un certo principe di Danimarca per caso? Facciamo così: io non vi ho detto niente.

Tornando con i piedi per terra, ho apprezzato l’energia e la tensione ininterrotta dello spettacolo e l’introduzione di una certa dose di grottesco, ben calibrato dalla regista, a rappresentare un mondo in cui a ben vedere c’è del marcio un po’ ovunque, non solo negli spiriti. Una vena grottesca che fa da sfondo all’incedere di Faust verso l’inevitabile precipizio.

“Il dio che servi è il tuo desiderio

e in esso è piantato l’amore del diavolo”.

“The god thou serv’st is thine owne appetite

Wherein is fixt the love of Belzebub”.

La scena che però mi ha colpito di più è stata quella dell’incontro con Elena. Quell’Elena di Troia che se viene evocata da Mefistofele su ordine di un Faust desideroso di saziare i suoi appetiti facendo della più bella donna della storia la sua amante, finisce per trasformarsi in una specie di acceleratore. Un desiderio pericoloso per il Dottore. L’ultimo. È una scena potente, forse la più intensa dello spettacolo. Elena sul palco è poco più di una fanciulla dall’aspetto fragile e puro.

I due iniziano una danza strana, in bilico tra amore e morte. Una danza che si svolge tutta all’interno del perimetro del pentacolo e che gradualmente si trasforma in una sequenza di movimenti ossessivamente ripetuti (come quelli dei pazzi) e poi in una serie di convulsioni una volta che Faust rimane solo.

Il senso è chiaro, Faust è impazzito. Non ha retto. È andato troppo oltre. Si è schiantato al pensiero di ciò che non ha mai avuto veramente: l’amore puro. Realizza di essere un illuso: stringendo un patto con il diavolo pensava di aver comprato la libertà assoluta, mentre invece si ritrova in una trappola. Persino Mefistofele, che assiste alla scena leggermente in disparte nell’oscurità, sembra turbato. Questo mischiarsi, questa ambiguità tra Bene e Male che in Marlowe era solo un’ombra tra le righe, sul palco diventa una sensazione palpabile, quasi fisica. Un’opzione alla fine del Cinquecento. Inevitabile ai nostri tempi.

Perché Faust questo è: non la caduta di un principe o di un generale, ma la tragedia dolorosa di una coscienza intellettuale sedotta dal suo lato oscuro. Qualcosa di terribilmente più vicino a noi e che Marlowe aveva anticipato spingendosi fino ad un modernissimo nichilismo, senza sapere che il Novecento ne avrebbe fatto la sua bandiera.

“Suona, suona! Corpo trasformati in aria,

o Lucifero ti poterà all’Inferno.

Anima, mutati in piccole gocce d’acqua

e cadi nell’oceano, nessuno ti trovi”.

E a me verrebbe tanto da dire: “The rest is silence”.

 

Creative Credits:

Main actors: Sandy Grierson and Oliver Ryan

Directed by Maria Aberg
Design by Naomi Dawson
Lighting by Lee Curran
Music by Orlando Gough
Sound by Claire Windsor
Movement by Ayse Tashkiran
Fights by Kate Waters
Video by Nathan Parker

 

 

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