Nebbia, nebbia e ancora nebbia. Vapore lattiginoso nella gelida notte intrisa di salsedine poggiata lungo le coste dell’Alta Normandia. È l’atmosfera in cui ci si immerge leggendo L’uomo di Londra di Georges Simenon, romanzo breve del 1934 in cui il prolifico scrittore belga, a soli 31 anni, dimostra già di essere perfettamente a suo agio nel narrare storie di tensione e disperazione. Non è ancora il Simenon dei capolavori che seguiranno a partire dagli anni Quaranta, decenni in cui la sua prosa asciutta raggiungerà la sua massima espressione, ma di certo è già uno scrittore in pieno controllo dei suoi mezzi. Un autore che apre e chiude il cerchio della narrazione dopo aver lasciato che i fatti e i personaggi arrivassero al giusto punto di maturazione.

Siamo nella piccola cittadina francese di Dieppe, Louis Maloin è un umile ferroviere addetto agli scambi. Ogni notte sorveglia la banchina del porto e il via vai dei treni che arrivano in concomitanza con i traghetti e le navi merci provenienti dall’Inghilterra. Una notte come un’altra, dal suo gabbiotto di vetro sospeso a qualche metro da terra, ignorato da tutti, assiste allo scambio di una misteriosa valigetta tra due uomini e all’omicidio di uno dei due da parte del complice. L’assassino è “l’uomo di Londra”, figura enigmatica, un’ombra alla quale Maloin darà la caccia per difendere se stesso il suo segreto: il furto della valigetta da lui rocambolescamente recuperata e successivamente occultata nel suo armadietto di ferroviere. I due, ferroviere e omicida, si pedinano, si cercano e si osservano a vicenda, mentre con il passare dei giorni appare sempre più chiara la miseria che circonda le rispettive esistenze.

 

Disgraziati, poi, non lo erano forse tutti?”    

 

 Non scrivo il finale perché in ogni buon romanzo che sfiori il genere giallo è la parte cui si arriva con trepidazione e in una breve recensione non starebbe bene. Mi limito, però, a constatare un tratto di stile. L’uomo di Londra inizia con una riflessione del narratore (che “apre” il cerchio appunto), ma poi prosegue senza troppi fronzoli, semplicemente raccontando i fatti in modo da lasciare al lettore il compito di cogliere la drammaticità di quanto accade e la tensione crescente. Di fatto è come se Simenon, fatto un primo avvertimento del tipo “io ci sono e so tutto, ma non vi dico nulla”, si eclissasse per poi riemergere verso la fine e richiudere definitivamente il cerchio come un uomo di mondo. Con lo stile e la disperazione non troppo celata di chi sa come vanno le cose.

 

“Perché non era scappato via? Non avrebbe saputo dirlo. Quale demone lo aveva spinto a raccontare frottole, a piagnucolare, a minacciare, a promettere? A questa domanda nessuno avrebbe mai dato una risposta. Neppure lui. Ma sapeva che il mistero era tutto lì”.

 

La mano di Simenon è leggera, ma a tratti si coglie già qualche sprazzo. Qualche segnale di ciò che sarà nei romanzi successivi, i cosiddetti “romanzi duri” della sua produzione più impegnata.

Un interminabile racconto (vista la sterminata produzione di Simenon) della solitudine umana, fatto da un uomo che in fin dei conti non è molto diverso da un umile ferroviere in un gabbiotto di vetro, celato allo sguardo altrui.

Advertisements