2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick è una delle opere più misteriose della storia del cinema ed è anche uno dei miei film preferiti. Uscì nel dicembre 1968, un anno prima lo sbarco del primo uomo sulla luna con la missione Apollo 11, il 20 luglio 1969, e per la prima volta diede un’idea abbastanza precisa di come poteva essere la Terra vista dallo spazio. L’idea di noi visti da fuori. Nacque allora un immaginario al quale non abbiamo più smesso di attingere.

In quel film, però, non c’era solo quella visione perché sullo sfondo nero di uno spazio infinito e pauroso si svolgeva il viaggio enigmatico e psichedelico del suo protagonista: l’Uomo. Dalla nascita alla vecchiaia e poi, di nuovo, ad un’altra nascita.

Cosa c’entra Kubrick con DeLillo? Probabilmente nulla, ma mi sembrava un buon punto da cui partire per scrivere di Zero K. Un modo per raggiungere una certa temperatura e trasmettere l’idea di un colore, che come molti conoscitori di Kubrick forse intuiranno è il bianco. Un bianco freddo e assoluto. Quasi un’astrazione di colore. Lo stesso che ho trovato in questo romanzo.

don_delilloDeLillo, per come la vedo io, ha voluto scrivere di un viaggio molto simile. Un viaggio al limite, perché idealmente è l’ultimo che sia concesso di vivere agli esseri umani, ma anche una resa dei conti estrema con gli strumenti che lo Scrittore ha a disposizione per descrivere il mondo e l’umanità intera. Un redde rationem con le parole.

Zero K è il racconto in prima persona di un figlio che accompagna il padre e la giovane moglie di lui a morire in una struttura avveniristica chiamata Convergence. Un luogo costruito nel mezzo del deserto del Kazakistan dove i ricchi del pianeta si sottopongono ad un procedimento che li manterrà in vita attraverso la crioconservazione; una morte provvisoria in vista di un ipotetico futuro in cui i progressi scientifici renderanno possibile la guarigione dalle malattie e, in ultima analisi, l’immortalità. Convergence è dunque una creazione di pochi per pochi. Un luogo “astorico” che somiglia molto a un’astronave fluttuante fuori dallo spazio e dal tempo; una quarta dimensione dove scienza, filosofia, etica e arte si fondono in un tutt’uno indistinguibile avvitato su se stesso.

Ora, è in questo contesto che DeLillo-simil Kubrick mette in scena (perché di messa in scena si tratta) la sua idea, che poi è una gigantesca domanda. Un’idea che riassumerei così: cosa succederebbe se l’umanità arrivasse al punto di poter concretizzare non solo le idee, ma il linguaggio stesso? Cosa succederebbe se fosse in grado di concretizzare il futuro e l’idea della vita eterna? Cambierebbe lui stesso?

Abbiamo una lingua che ci aiuta a superare i momenti più duri. Siamo in grado di pensare e di parlare di quello che presumiamo potrà succedere nei tempi a venire. Perché allora non seguire con il corpo le nostre parole coniugate al futuro?

Se dare un nome alle cose (come fa quasi ossessivamente il protagonista Jeffrey) è come crearle, vuol dire non avere più limiti e poter risolvere con un colpo solo il mistero dei misteri, il più estremo di tutti: la morte. Come va a finire ovviamente non ve lo dico anche perché ho l’impressione che ognuno trarrà le proprie conclusioni. Dirò solo che qui DeLillo è lui e non è lui. La sua firma c’è, ma mischiata ad altro. Non so nemmeno se sia il miglior DeLillo. So, però, che Zero K è un romanzo molto coraggioso e che solo per questo gli stringerei volentieri la mano. Ancora una volta.

 

Zero K, Don DeLillo. Giulio Einaudi editore; 2016, traduzione di Federica Aceto.

 

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