Scrivo mentre negli Stati Uniti già si sta votando per eleggere il successore di Barack Obama, il primo presidente nero della storia. Due candidati tragicamente inadeguati si contendono la massima carica politica della nazione più importante del mondo al termine di una delle campagne elettorali più brutte di sempre. E intanto, mentre le popstar riesumano le giacche di pelle nera dei Black Panthers, i telegiornali e YouTube ci riportano indietro di quarant’anni con le immagini degli scontri tra neri e poliziotti bianchi. Un triste bollettino che ci saremmo volentieri risparmiati, insieme alle quotidiane discussioni sugli scandali sessuali di Trump e sulla disarmante e moscia ingenuità della Clinton.

Difficile immaginare un contesto socio-politico più caldo di questo per la lettura di un libro come Lo Schiavista di Paul Beatty, fresco vincitore del prestigioso Man Booker Prize 2016. Un romanzo di autore nero che fa satira immaginando un nero finito sotto processo per aver tentato di reintrodurre la schiavitù e la segregazione razziale con l’obiettivo di riportare l’ordine e il senso di identità nella propria comunità; un autore che gioca con il nervo sempre scoperto della questione razziale e con quello ugualmente scottante dell’integrazione, qualunque cosa voglia dire oggi. Eppure, nonostante sia indubbiamente “sul pezzo”, al di là di qualche articolo di circostanza sulla stampa specializzata, di questo romanzo irriverente, colto e stranamente connesso ai fatti di questi tempi confusi e scomposti si parla poco in giro. Reazioni tiepide anche da parte dell’attivissima community nostrana di blogger e booktuber.

Lo Schiavista, in effetti, ha poco in comune con i best seller in classifica e ancora meno con le “storie che ti incollano dalla prima all’ultima pagina” sulle quali l’editoria americana si è così comodamente seduta da un po’ di tempo a questa parte. Le storie alla Franzen, per fare un nome. Quelle che hanno forse scoraggiato gli editor dal fare scouting di altro tipo. Quei libri che tutti corrono a comprare appena escono dalla tipografia perché tanto “vai sul sicuro” e “come fai a non averli letti”? E invece, piombato come una torta in faccia nel mezzo di una seduta di massaggi in un centro benessere, Lo Schiavista fa parte di quelle opere che per una serie di ragioni obbligano il lettore a fare uno sforzo in più, ponendogli domande scomode, sfidandolo sul terreno scivoloso del multiculturalismo degli anni duemilaqualcosa. Anni in cui l’identità individuale sembra essere non tanto quella cosa “liquida” descritta da Zygmunt Bauman, ma qualcosa di ancor più evanescente.

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La principale di queste ragioni, la più evidente, è che si tratta di un libro molto americano, troppo secondo alcuni. Chi vuole seguire il filo delle riflessioni del protagonista e coglierne il caustico sottotesto deve almeno familiarizzare con alcuni passaggi chiave della storia dei movimenti di protesta, con gli slogan e le rivendicazioni dei diritti civili degli afroamericani e risalire indietro nel tempo fino alle sentenze di fine ‘800 della Corte Suprema. Per un lettore europeo, infatti, Dred Scott, Harriet Tubman detta la “Mosè della gente nera”, Plessy contro Ferguson, le leggi Jim Crow, l’ottavo emendamento e la proposta di legge 187, le implicazioni della dottrina del “separati ma uguali” e cose più leggere come i pupazzi ovoidali dei Weebles e la serie televisiva Simpatiche canaglie potrebbero non essere riferimenti così immediati da richiamare alla memoria. Nomi e fatti che lasciano quantomeno spiazzati all’inizio. C’è, però, e questo consola, anche molta musica (bello avere una scusa per riascoltare Nina Simone o Herbie Hancock!) e molta letteratura… con cui Beatty gioca come un prestigiatore dal ghigno feroce mettendoti le cose nel piatto per poi togliertele e lasciarti a decidere da solo se quella è “roba tua” o è solo “roba sua”… Come quando, nel corso di una riunione del gruppo di quartiere dei Dum Dum Donut Intellectuals uno dei personaggi (una specie di Bill Cosby… e qui si potrebbe aprire un’altra parentesi scomoda) denuncia con indignazione la frequenza con cui ricorre la parola “negro” in Huckleberry Finn.

«La questione è seria. Il fratello Mark Twain ha usato la parola che comincia per N 219 volte in tutto il romanzo. Fa 0,68 a pagina».

Una scena dietro cui si cela l’insofferenza per le velleità censorie del “pensiero nero” e per l’abbraccio a volte asfissiante di quei predicatori di professione che il protagonista chiama “negri mannari”.

«Di solito cerco di evitare a tutti i costi i negri mannari. Non è il pensiero di venire fatto intellettualmente a brandelli che mi spaventa di più, è la loro nauseante insistenza nel rivolgersi a chiunque, specialmente a quelli che non sopportano, con l’appellativo di “fratello tale” o “sorella talaltra”».

Tra queste pieghe si celano le risate. Risate che però, esclusi alcuni passaggi obiettivamente brillanti, diventano un fatto soggettivo, figlio del sostrato culturale e sociale di ciascun lettore. Un aspetto che ha ben sottolineato un articolo del Guardian del febbraio 2015 in cui si evidenziava la sostanziale disomogeneità delle reazioni delle persone presenti ai reading pubblici tenuti dell’autore in occasione del suo tour promozionale. Ascoltatori quasi timorosi, non proprio a loro agio, indecisi se ridere o meno perché una risata, come sappiamo, può essere scorretta, può non star bene, può essere il riflesso di un pregiudizio personale che meglio tenere per sé. Come se il ridere, o il sorridere, fosse un’autodenuncia. Il segno di quanto si è brillanti, sagaci, limitati o intimamente razzisti.

A seconda di come lo si legge insomma, e di quanto si accetta la sfida di Beatty, Lo Schiavista diventa un’occasione per riflessioni molto complesse. Uno dei passaggi che lo dimostra, secondo me, è il seguente. Siamo quasi alla fine del libro, il protagonista, Bonbon Me, è di fronte al giudice con l’accusa di aver violato il tredicesimo e il quattordicesimo emendamento (possesso di schiavi e introduzione della segregazione razziale), il caso Me contro gli Stati Uniti d’America. La giudice della Corte Suprema pone la prima domanda:

«Quello che non dobbiamo dimenticare è che la dottrina giuridica “separati ma uguali” è stata respinta non alla luce di considerazioni morali, ma sulla base del fatto che la Corte Suprema ha ritenuto che due gruppi separati non potranno mai essere uguali”. E come minimo il caso in esame dovrebbe spingerci a domandarci non se, quando erano separati, i due gruppi fossero effettivamente uguali, ma cosa ne pensiamo di “separati e non esattamente uguali, però infinitamente meglio di quanto sia avvenuto prima”. Me contro gli Stati Uniti d’America richiede un esame più approfondito e radicale di ciò che intendiamo per “separati”, “uguali”, e “neri”, perciò veniamo al nocciolo: cosa intendiamo per “neri”?».

Ora, la risposta ognuno la troverà a modo suo, ma per come la vedo io in questo interrogativo non c’è solo un quesito su un caso preciso, ma la volontà di interrogare e interrogarci su quale sia la molla del Progresso Sociale, su cosa scatena un cambiamento e su quanto questo cambiamento sia figlio di un reale mutamento. Progresso, inteso come cambiamento duraturo su basi solide e condivise da tutta una società, infatti, non è innovazione. Le due cose sono profondamente diverse e troppo spesso confuse. Progresso è una condivisione profonda. Una condivisione compresa nelle sue implicazioni e non adottata per conformismo (o per legge). In questo senso, uscendo per un momento dalla questione razziale e allargando il discorso, quanto Progresso reale vediamo nella nostra società, nel nostro Paese? E quanto vuoto c’è nel dibattito pubblico? Nella dimensione pubblica di una società che scavando appena sotto la superficie ha ben poco che la tenga coesa oltre alle convenienze dei gruppi di interesse o ai portabandiera del momento?

Perché le cose vanno avanti? Quanto c’è di veramente metabolizzato e acquisito in quelle conquiste che chiamiamo Progresso? Cos’è quella cosa che chiamiamo “la nostra cultura”? E dove siamo disposti ad arrivare per difenderla?

Insomma: che cos’è davvero la “roba nostra”?

Ecco. Quasi quasi ora la smetto di scrivere. Chiudo tutto e metto un disco di Nina Simone.

 

 

Lo Schiavista, Paul Beatty; Fazi Editore, 2016. Traduzione di Silvia Castoldi

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