Se le cose vanno in malora e hai l’ossessione del raccontare tipico del reduce che dopo essere sopravvissuto a una guerra continua a vedere attorno a sé solo la povertà e lo squallore della condizione umana, non puoi certo usare la lingua di Proust. I raffinati arabeschi linguistici non fanno per te, soprattutto se sei uno che dà risposte di questo tipo: «Mi trovo bene solo in un grottesco ai confini della morte. A tutto il resto sono insensibile».

Louis-Ferdinad Céline, nato Des Touche, di professione medico, sapeva perfettamente ciò che voleva e per questa ragione, con una fiducia nei propri mezzi decisamente fuori dal comune, si inventò una lingua tutta sua, fatta di “argot” e musica. Un vestito su misura, sdrucito al punto giusto, adatto a tutto quello che doveva raccontare: «L’uomo è nudo, spogliato di tutto, perfino della fede in se stesso. Questo è il mio libro», disse in una delle prime interviste dopo l’uscita del suo Voyage au bout de la nuit.

Uscito nel 1932 accompagnato dallo stesso scompiglio di una cannonata in tempo di pace, Viaggio al termine della notte è uno dei libri più controversi e riusciti della letteratura mondiale. Un incredibile miscuglio di comicità, farsa, tragedia, studio antropologico, nichilismo, satira, autobiografia, poesia e mille altre cose francamente non catalogabili.

Valse al suo autore l’accusa (tra le altre) di violentatore della lingua francese, fu oggetto di invettive ed elogi motivati secondo le convenienze politiche o filosofiche di turno. Fu considerato un capolavoro, una schifezza, un ritratto perfetto di una società allo sbando e un’oscenità da censurare.

Giudizi dei contemporanei a parte, il punto vero è che a più di ottant’anni dalla sua pubblicazione, il Viaggio non è invecchiato di un giorno. La potenza che aveva avuto allora nello scoperchiare le ferite aperte e suppuranti di un’intera epoca sopravvive oggi come un’avvincente esplorazione a tappe nella valle della follia e della bassezza umana; sulle orme di quel personaggio straordinario che è Céline-Bardamu, un uomo che non può fare altro che fuggire da se stesso poiché si trova a suo agio solo nell’assecondare gli impulsi dettati dalla sua ansia di sopravvissuto.

Un reduce perenne. Non riesce proprio a stare fermo Bardamu. Trova scomode e false tutte le situazioni in cui si trova e chiunque incontri sul suo cammino, con la sola eccezione della «buona, ammirevole Molly». Fugge dalla guerra, dalle malelingue e dalle miserie cui l’espone il mestiere di medico esercitato per e tra i poveri, allo stesso modo in cui fugge da un salario sicuro, dalla tenerezza, dalla speranza di un amore. È un mondo in cui le cose sembrano destinate a marcire comunque, quello di Bardamu.

Due le fedeli compagne di viaggio: la Morte e la propria Pena. Due ossessioni racchiuse in una più grande: quella di trovare un senso alla propria esistenza, di nobilitare, quasi sublimandolo, il proprio nichilismo.

«Ma visto che il malato, lui, cambia spesso lato del letto, nella vita, abbiamo il diritto anche noi, di rigirarci da un fianco all’altro, è tutto quel che si può fare e che si è trovato per difendersi dal proprio Destino. Non si può sperare di mollare la propria pena in qualche angolo di strada. È come una donna mostruosa la Pena, e tu te la sei sposata. Forse è meglio finire per amarla un po’ invece di dannarsi a picchiarla tutta la vita. Perché è chiaro che non la puoi accoppare».

Eccolo qui il dibattersi di Céline. La sua notte. Una notte che è un luogo dell’anima, una frontiera dell’esistenza in cui spingersi alla disperata ricerca di risposte. Un irrefrenabile impulso a mettersi alla prova, anche quando le circostanze suggerirebbero di fermarsi e restare, perché in fondo fuggire è la sola cosa che si può fare. È un autosabotatore seriale questo Céline-Bardamu. Uno che circumnaviga la vita mentre si porta addosso il fardello della propria Pena. Uno che è consapevole che una vera condivisione con un altro essere umano non potrà mai esserci. In fin dei conti, c’era stata la guerra, l’immensa frode della retorica patriottica, lo spettacolo di uomini e donne che per farsi grandi si erano fatti piccini piccini.

E allora: come fidarsi? Come darsi e dare speranza?

Ognuno ha la sua notte da esplorare per capirlo.


 

Viaggio al termine della notte, Louis-Ferdinand Céline; Corbaccio. Traduzione Ernesto Ferrero

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