Nessuna sorpresa. Prima del suo famoso e temutissimo romanzo-cattedrale, Proust era Proust. Un tantino meno sofisticato, forse, ma con lo stesso gusto, la stessa predisposizione a cogliere e ad avvolgere in bellissimi vestiti di seta percezioni effimere, impressioni, momenti e ricordi strappati allo scorrere delle cose e del tempo.

Lo testimoniano bene i quadri narrativi di cui si compone I Piaceri e i Giorni (Les Plaisirs et les Jours, 1896), una raccolta di prose e racconti che il nostro campione della prolissità pubblicò da giovane, a soli venticinque anni, senza guadagnarsi peraltro molti apprezzamenti. Lo stile c’era, dissero negli ambienti che contavano, ma tutto sommato il debuttante Marcel doveva apparire un pretenzioso dilettante e non un nuovo genio delle lettere francesi. E invece poi, quasi diciassette anni dopo arrivò il primo dei sette volumi della Recherche du temps perdu.

In I Piaceri e i Giorni c’è un campionario limitato ma indicativo dell’occhio proustiano. C’è soprattutto la mondanità, osservata da dentro e da fuori, un ambiente in cui si deve essere il contrario di quel che si è o che gli altri si aspetterebbero che noi siamo. Pena, cadere nella più grande delle disgrazie: essere considerati ovvi, banali.

I quattro “assaggi” che seguono sono tutti raccolti in Snob, un piccolissimo libriccino (un po’ caro a dire il vero) edito da Nuova Editrice Berti, scoperta alla fiera romana Più Libri Più Liberi 2016 svoltasi dal 7 all’11 dicembre presso il Palazzo dei Congressi dell’Eur.

#1 Giovinezza

 Il primo frammento è tratto da Violante o la mondanità, una sorta di favola mondana incentrata sulle vicende di una fanciulla dotata di bellezza e sensibilità che abbandona il proprio paese per entrare in società e trovare finalmente l’amore. Proprio il mondo dei salotti, regno del lusso e della vanità, si rivelerà essere una trappola, un mondo vuoto ma ammaliante dal quale la giovane protagonista non riuscirà più a staccarsi.

“Partiamo domani?” domandava il Duca?

“Dopodomani!, rispondeva Violante.

Poi il Duca cessò di chiederlo. Ad Augustin che si lamentava, Violante scrisse: “Tornerò quando sarò un po’ più vecchia”. “Ah!”, rispose Augustin, “voi date loro deliberatamente la vostra giovinezza; non tornerete più nella vostra amata Stiria”. Violante non tornò mai. Giovane, era rimasta nella società mondana per esercitarvi quel potere di regina dell’eleganza che, quasi fanciulla, aveva conquistato. Da vecchia, vi rimase per difenderlo. Rimase invano: lo perse. E quando morì, stava ancora tentando di riconquistarlo. Augustin aveva contato sulla sua sazietà. Ma non aveva tenuto conto di una forza che, se agli inizi è nutrita dalla vanità, vince la sazietà, il disprezzo, la noia stessa: l’abitudine.

#2 Fantasmi ed estetica

 Un giovane regala ad una raffinatissima signora un ventaglio da lui stesso dipinto. Nel consegnarlo, il ragazzo rievoca le importanti personalità che animarono il salotto della signora. Immagini ormai sbiadite, fantasmi danzanti sotto un magnifico lampadario di cristallo. Il resoconto è poetico, talvolta velato da una struggente malinconia, ma non privo di lapidarie sentenze.

Mi lascino dire almeno una cosa: come sono poche lo donne che comprendono l’estetica alla quale appartengono!

#3 La buona conversazione

In Mondanité et mélomanie de Bouvard et Pécuchet, Proust gioca con il capolavoro di Flaubert immaginando i due goffi e ambiziosi protagonisti alle prese con l’obiettivo definitivo: conquistare i salotti, il mondo che conta. Come fare però? Quale strategia seguire? Da dove cominciare? Dall’ambiente letterario, ovviamente.

Eppure, pensava Bouvard, non deve mica essere così difficile esprimere chiaramente le proprie idee. Ma la chiarezza non basta, ci vuole la grazia (unita alla forza), la vivacità, la nobiltà morale, la logica. Bouvard aggiungeva l’ironia. Secondo Pécuchet, invece, l’ironia non è indispensabile, spesso stanca e disorienta, senza profitto per il lettore. Insomma, tutti scrivono male. Secondo Bouvard, la colpa era della ricerca eccessiva dell’originalità: secondo Pécuchet, della decadenza dei costumi.

#4 Quelli che contano

Immaginate un ragazzo, Honoré, invitato ad una cena organizzata da una duchessa che deve arrangiare una serata per riunire una serie di personaggi secondari. La signora, da matura conoscitrice delle convenzioni sociali, non vuole escludere nessuno di loro, ma tutti i convitati restano delle seconde scelte con pochi legami tra loro. Honoré siede a tavola e spiega al suo vicino, ancora più giovane e spaesato di lui, chi sono gli altri inviatati. E soprattutto chi è una certa dama. Così elegante e misteriosa da far sfigurare persino la padrona di casa.

…la giovane Duchessa di D… nella quale l’intelligenza netta e vivace, senza inquietudini né turbamenti, contrastava in modo singolarissimo con l’incurabile melanconia degli occhi belli, con il pessimismo delle labbra, con l’infinita e nobile stanchezza delle mani. Quella possente amante della vita in tutte le sue forme, bontà, letteratura, teatro, azione, amicizia, si mordeva senza sciuparle, come un fiore disprezzato, le belle labbra rosse, che un sorriso disincantato sollevava appena agli angoli. I suoi occhi sembravano promettere un’anima naufragata per sempre nelle acque malsane del rimpianto. (…) La sua raffinatissima conversazione s’adornava, con noncuranza, delle eleganze appassite e incantevoli di uno scetticismo già sorpassato.

Marcel Proust, Snob; Nuova Editrice Berti, collana Le matite del Lama. Traduzione Mariolina Bongiovanni Bertini

 

 

 

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