Non ho nulla da aggiungere rispetto a tutto ciò che è stato detto su Moby Dick. Non penso nemmeno che sarei particolarmente d’aiuto ad altri lettori se qui di seguito mi limitassi ad elencare una dietro l’altra informazioni più o meno note su Melville o su come si colloca la storia della balena bianca nel canone letterario occidentale. Per quello ci sono Wikipedia e i manuali di letteratura, molto più efficaci di me. C’è, però, un aspetto di cui mi piacerebbe parlare. Qualcosa che mi sembra accomuni Moby Dick (1851) a libri come Anna Karenina (1875-1877), Nôtre-Dame de Paris (1831) o La montagna incantata (1924). Qualcosa che coincide con una certa idea di fatica.

Il punto, infatti, è che leggere Moby Dick è faticoso. Nel senso che si fa una fatica vera, fisica. Si sbuffa, si contano le pagine che mancano alla fine, si inveisce contro Melville mentre ti spiega come tendere una cima e si prega di poter ritrovare presto l’equipaggio del Pequod indaffarato tra una sartìa e una lancia. Si invocano le tempeste, si maledicono secoli di baleneria.

Chi si avvicina al capolavoro di Melville credendo di leggere solo la storia del capitano Achab e della sua ossessione monomaniaca per la balena bianca si troverà grandemente deluso. Facendo un conto approssimativo saranno non più di dieci su centotrentacinque i capitoli in cui capitano e balena si scontrano. Certo, il duello c’è, e che duello! Leggerlo è un po’ come trovarsi improvvisamente a sfogliare uno Shakespeare in prosa, ma il fatto è che non c’è solo quello. Il grosso del libro è un lento e graduale avvicinamento. Una caccia che non somiglia tanto ad una rincorsa lineare quanto piuttosto a un girare intorno ad un gorgo, ad un invisibile ma percepibile centro di gravità, che è appunto la balena, il redde rationem finale.

Un girare attorno che, come nota Harold Bloom in un saggio su Melville[1], sarà imitato ottantacinque anni dopo da William Faulkner nel suo meraviglioso Assalonne, Assalonne!, libro che è quanto di più vicino a Moby Dick si possa incontrare in letteratura. Un omaggio sui generis alla storia che l’autore di L’urlo e il furore confessò più volte di aver voluto scrivere lui stesso (chi ha letto Assalonne non può fare a meno di non notare le somiglianze tra i due protagonisti, Achab e Stutpen: la follia è un insistere sullo stesso punto, il ripetersi vorticoso e inesorabile di un’idea fissa…).

Tornando alla fatica, però, non si tratta di un esercizio inutile, anzi. Quella fatica è necessaria perché serve a formarci e a crescere. Nulla è inutile.

Melville ci vuole sul ciglio del burrone insieme ad Achab e ci vuole preparare ad affrontare lo scontro finale, la scelta suprema che determinerà di che pasta siamo fatti. Per far questo di volta in volta si trasforma. Indossa i panni del critico d’arte per spiegarci come mai i francesi siano gli unici a cogliere la drammaticità della caccia alla balena o perché il bianco è un colore tremendo; diventa un marinaio che ci illustra come è fatto un rampone, un cuoco che consiglia acqua tiepida e zenzero per ritemprarsi dopo lo sforzo fisico; somiglia ad una specie di Piero Angela quando ci invita a rimpicciolirci e a seguirlo nella bocca della balena; parla come un cartografo, un naturalista, un linguista, un enciclopedista; parla da reporter consumato quando riferisce dell’affondamento della nave Essex e riporta altri fatti di cronaca come se volesse non solo dar credito al suo racconto ma anche dirci che queste cose in fin dei conti sono sempre esistite: «In verità non c’è niente di nuovo sotto il sole». È un po’ come se ci dicesse “guarda lettore, in realtà quella che hai di fronte non è solo una storia ma è la Storia. È così che è sempre andato ed è così che continuerà ad andare e tu devi farti trovare pronto. Achab potresti essere tu, e i vari Starbuck, Stubb e Queequeg i tuoi compagni di viaggio”. Facendo un po’ il filosofo, verso la fine, confessa più chiaramente il suo proposito quando scrive: «Tale è la virtù di un tema vasto e generoso, e tanto più grandi ci rende».

Insomma, caro lettore/viaggiatore/marinaio/poeta, Moby Dick è il tuo gigantesco apprendistato. Nel suo apparente accompagnarti alla deriva senza meta, Melville ti sta allenando e ti sta ricordando che se devi fare una scelta ma non vuoi soccombere ad essa devi prima prepararti e studiare. A questo serve percorrere l’infinita geografia dello scibile umano. Melville ci vuole far capire questo. Viva la fatica quindi! Perché è quel prezzo molto umano che dobbiamo pagare per non annegare ogni volta che facciamo un’incursione nella nostra personale notte dell’anima, come direbbe Céline.

 

[1] Melville e Moby Dick. Tratto da Harlold Bloom, Come si legge un libro, BUR, Milano, 2001

 

 

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