Chi si assume oggi la responsabilità di raccontare i fatti o di ricostruire la personalità di un essere umano? Che cos’è un fatto? Chi decide cosa è rilevante e cosa invece va omesso? In quale ordine si combinano i pezzi di una storia che abbia senso? Ma poi, senso per chi?

Per tutta una serie di ragioni, che vanno dallo sdoganamento controverso delle verità post-fattuali agli strascichi dell’orgia sperimentalista di stampo postmodernista, rispondere a tutte queste domande sta diventando sempre più complicato.

Sembra che per gli autori di questi anni iperdigitalizzati e perennemente connessi, raccogliere, mettere insieme e trarre delle conclusioni sia diventata un’operazione quasi utopica. Sicuramente, un’impresa in cui ci si lancia a cuore sempre meno leggero. Lo hanno dimostrato in tempi recenti e in modi diversi David Grossman (Applausi fuori scena, Mondadori), Paul Beatty (Lo schiavista, Fazi Editore) e, ultimo della serie, Jonas Hassen Khemiri con il suo Tutto quello che non ricordo (Iperborea).

Tutto quello che non ricordo è il tentativo di capire le motivazioni dietro la scomparsa improvvisa di Samuel, un ventinovenne di Stoccolma che muore a seguito di un sospetto incidente stradale. A ricostruire le motivazioni che potrebbero averlo spinto al gesto estremo è uno scrittore svedese di origine tunisina (proprio come Khemiri) che, però, invece di prendere in mano il racconto lascia spazio alle voci di chi ha conosciuto Samuel. Quella che infatti leggiamo non è una narrazione lineare ma una specie di docu-inchiesta in cui sentiamo alternarsi in progressione temporale l’amico-coinquilino Vandad, l’amica d’infanzia detta “La Pantera”, l’ex ragazza Laide, la madre, la nonna e altri “testimoni” minori.

Samuel non quindi è un personaggio ma una persona e Khemiri invece di spiegare i fatti come un qualunque narratore li trasmette al lettore lasciando a lui o a lei l’onere di riannodare i fili e confrontare tutte le versioni. Come prevedibile, infatti, succede che i punti di vista si sovrappongano e a volte si contraddicano confermando ciò che in realtà già sappiamo: la somma di diverse soggettività non fa una oggettività. E fino a qui nessuna grossa novità.

Poi però succede qualcos’altro. Noi lettori vogliamo sapere cosa è successo, se si è trattato di suicidio o di una tragica fatalità, ma allo tempo stesso condividiamo le perplessità della madre di Samuel di fronte al suo intervistatore («chi decide che cosa è importante e cosa non lo è?») sperimentando l’impossibilità di un racconto impersonale. Restare a guardare (o ad ascoltare) senza fare nulla è impossibile. In un modo o nell’altro si finisce sempre per mettere un po’ di se stessi dentro ai fatti. I confini dei diversi “io” che pensano e ricordano, compreso quello dell’autore, si confondono. Fino a quando si ha la netta sensazione di avvertire la presenza della persona che tiene il registratore in mano… come in questo passaggio in cui la si sente quasi scalpitare in preda all’urgenza di esprimere un malessere e manifestare una posizione. A parlare è Laide, ma forse anche qualcun altro.

«Mi rifiutavo di essere una che dimentica che Stoccolma è uno sgorbio, un buco in culo al mondo abitato da contadini, una città completamente priva di significato, che ha così tanta paura della propria ombra che la gente non si parla nemmeno quando la metro rimane ferma in un tunnel per un quarto d’ora (…) ti fanno capire subito come funzionano le cose, nessuno che alzi lo sguardo dal telefonino, che ricambi un sorriso, tutte mummie, statue di sale che vanno avanti e indietro, al lavoro e poi di nuovo a casa».

La stessa sensazione accompagna alcuni paragrafi in cui si fa esplicito riferimento al contesto sociale e ai movimenti di protesta contro l’insorgere, anche nella tollerante Stoccolma, di rigurgiti razzisti e xenofobi. La scrittura stessa cambia e raggiunge livelli di dettaglio non compatibili con il semplice ricordo. C’è un salto, c’è l’analisi. Filtra il malcontento verso l’ingresso in Parlamento dei Democratici di Svezia, il partito nato dalla fusione di diversi movimenti neonazisti anti immigrazione e anti islam. Si cita il progetto REVA, un insieme di contestati provvedimenti nati per contrastare l’immigrazione clandestina. I temi cari a Khemiri, che in questo libro come in tutta la sua produzione teatrale si prendono la scena diventando i veri protagonisti.

Il mondo vero, quello che solitamente sta sullo sfrondo o intorno alla storia, fa irruzione nella ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Samuel. Il racconto di un singolo non può fare a meno di allargarsi fino a inglobare tutto il resto: i “testimoni”, la persona che tiene in mano il registratore, la città, la società, il mondo.

È la poetica dell’autore e la natura stessa della condizione umana. In fondo, forse, cerchiamo sempre un altro modo per raccontare noi stessi.


Tutto quello che non ricordo, Jonas Hassen Khemiri; Iperborea, 2017. Traduzione di Alessandro Bassini.

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