Ne I fratelli Karamazov c’è una scena molto emblematica di quel misto di sensazioni che per me rendono possibile “entrare nel libro”, “sentirmi dentro la storia”, “essere partecipe”, “percepire il genio tra le righe”, “aggiungere sostanza”, “lasciare tracce”, “nutrire” e così via.

Siamo all’inizio della parte terza. Lo starec Zosima, il veneratissimo santone scelto dal giovane Alëša Karamazov come guida spirituale, è appena morto. Nella sua cella, piccola e spoglia come si conviene ai santi, si affollano devoti di ogni genere, preti, monsignori, curiosi, madri e padri giunti da ogni parte del Paese. Il giorno è appena spuntato e piano piano, di bocca in bocca, cresce il brusio di chi avverte con sconcerto il montare dello “scandalo”: il corpo dello starec puzza. Contro ogni previsione, e in contraddizione con la tempistica comune per questo genere di eventi, le membra del santissimo iniziano presto a emanare odore di decomposizione, con una intensità direttamente proporzionale a quella che era stata la loro virtù in vita. Segue spaesamento, incredulità e, a tratti, malcelato giubilo maligno.

Quello che leggiamo nelle pagine successive è un magistrale affresco dell’umano talento di dar senso soggettivo a qualcosa che senso non ha. Ognuno dei presenti, a seconda del proprio orientamento spirituale, fornisce la sua risposta, si arrampica sugli specchi basandosi su supposizioni campate più o meno per aria, ricostruisce la vita dello starec alla luce delle circostanze del trapasso, fa e disfa i fatti a piacimento, trae conclusioni. Insomma, puro distillato dostoevskijano. Il dibattersi patetico dell’uomo messo a nudo davanti al mistero.

Questa scena mi è tornata in mente mentre leggevo Cent’anni di solitudine. Libro che dopo anni di curiosità insoddisfatta ho finalmente tolto dalla pila degli Imprescindibili approfittando della nuova traduzione a cura di Ilide Carmignani da poco uscita per gli Oscar Mondadori.

Il punto preciso in cui mi è tornato in mente Dostoevskij e il suo racconto del dopo-trapasso dello starec è il momento in cui muore uno dei membri della famiglia Buendía; quel José Arcadio della seconda generazione che subito dopo essere stato misteriosamente assassinato, lavato e strofinato con cura e ostinazione, comincia a puzzare talmente tanto di polvere da sparo da costringere gli abitanti di Macondo a ricoprire la sua tomba con una colata di calcestruzzo. Invano, però, perché quel corpo continuerà a puzzare per generazioni restando l’unico mistero irrisolto a Macondo.

Ora, il punto non è paragonare Dostoevskij e García Márquez. Non sarebbe giusto. Piuttosto, l’associazione tra le due morti mi è servita a capire come mai Cent’anni di solitudine non mi sia piaciuto.

Intendiamoci, il racconto delle vicende che accompagnano le generazioni della famiglia Buendía e le alterne fortune del villaggio di Macondo non è affatto male. Cent’anni di solitudine è un’opera di stupefacente estro creativo, piena di immagini assurde e meravigliose e di quella speciale risonanza tipica delle storie che si allungano nello spazio e nel tempo attorcigliandosi su loro stesse. Sono storie che finiscono per avere una loro eco. (Avete presente Assalonne, Assalonne di Faulkner?).

Proprio tutto questo carico di fantasia, però, risulta essere troppo per alcuni lettori. La Macondo creata da García Márquez è un universo talmente ben costruito e caratterizzato da rappresentare un’entità autosufficiente in cui il lettore incline alla condivisione e all’immedesimazione può non trovare spazio. Ed è appunto questo senso di estraneità che ho provato pagina dopo pagina nonostante i fiotti di sangue di José Arcadio, la pioggia di fiorellini gialli seguita allo spegnersi del capostipite José Aureliano, l’ascensione in cielo di Remedios “la bella”, il disfarsi di Rebeca o le nuvole di farfalle che precedono le apparizioni di Mauricio Babilonia. Un mondo bellissimo “da vedere ma non toccare”. Un mondo in cui, in sintesi, non ho trovato cittadinanza.

Cent’anni di solitudine è un bel libro, ma anche un amore mancato. Un’opera che mi ha trasmesso colori ma non calore. Un mondo tanto estraneo come tanto vicino sento quello di Dostoevskij. Andrà meglio il L’amore ai tempi del colera?

 

 

 

 

 

 

 

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