Se avete preso in mano Grottesco di Patrick McGrath, tre sono le possibili spiegazioni. Uno: avete molto amato Follia e vi siete messi in testa di recuperare tutta l’opera dell’autore inglese cominciando dal primo libro. Due: volete uscire dalla vostra zona di comfort letterario andando più o meno a caso. Tre: siete amanti del genere black comedy di ambientazione British e vi sentite a vostro agio anche con le descrizioni minuziose e un po’ cruente.

Tutte e tre le motivazioni sono ovviamente rispettabilissime, ma è bene dirlo subito: leggendo Grottesco non vi imbatterete in un capolavoro. Pubblicato nel 1989 (in Italia da Adelphi), è, secondo il giudizio riportato in quarta di copertina, «un sontuoso ibrido fra le atmosfere notturne della grande letteratura gotica e i ritmi fulminanti della black comedy».

Ora, ogni lettore attento sa che non c’è mai molto da fidarsi dei blurb o delle sperticate dichiarazioni di stima da parte di altri autori che solitamente accompagnano copertine ecc, ma il fatto è che qui di «sontuoso» c’è ben poco e conviene quindi sapere prima ciò che si leggerà.

La storia

L’azione si svolge all’interno di una vecchia casa vittoriana e decadente (ad un certo punto esplodono anche le tubature), una proprietà chiamata Crook, nei pressi di piccolo paesino di campagna a ridosso di una palude. Sir Hugo Coal, protagonista e voce narrante della storia, è un cinquantenne parecchio scorbutico con l’hobby degli studi naturalistici in procinto di tenere una conferenza alla Royal Society di Londra. Un uomo che è più a suo agio nel fienile, dove studia le ossa del suo amato Phlegmosaurus, una specie di anello mancante tra uccelli e dinosauri, che a tavola con la famiglia composta dalla moglie Harriet e la figlia Cloe.

La vita sembra scorrere senza grossi sconvolgimenti fino al giorno in cui scompare misteriosamente Sidney, il fidanzatino di Cloe, un tipo piuttosto insignificante e un tantino infantile, ospite della tenuta di Crook. Tra le tante congetture di Sir Hugo su cosa possa essere accaduto al giovane, una spicca sulle altre: la possibilità che sia stato ucciso per motivi oscuri dal nuovo maggiordomo, l’apparentemente freddo e distaccato Fledge.

Seguono vari indagini per tentare di far luce sulla verità, e mentre si assiste all’avanzare della pazzia della figlia Cloe, all’arrivo sul posto della madre di Sidney, la grottesca (questa sì) Lady Giblet, e al naufragare delle ambizioni scientifiche del protagonista, accade il fattaccio. L’incidente che costringe in uno stato semi vegetativo Sir Hugo, che rimarrà paralizzato sulla sedia a rotelle. Costretto ad assistere impotente al trionfo del suo nemico, il mellifluo e falso Fledge.

Come va a finire non ve lo dico. Diciamo che ci sarà un processo e che gli esisti saranno non proprio imprevedibili. Un giallo dai toni macabri e con qualche incursione psicologica piazzata qua e là.

Cosa resta

Storia a parte, l’ovvio legante del libro è appunto il grottesco, che sembra scivolare nella vita reale, appartenere al paesaggio e alla fantasia dei protagonisti. Soprattutto di Sir Hugo e la figlia Cloe.

«In assenza di dati sensori – ci dice Sir Hugo – l’immaginazione tende sempre al grottesco… è questo che intendo quando parlo di grottesco: fantasticherie, bizzarrie, assurdità incongrue».

E qui sta il punto. L’immaginazione ha campo libero, galoppa, inventa e ricostruisce fatti e intenzioni a partire da dettagli, considerazioni personali e ipotesi più o meno fondate. Tanto che il lettore finisce per non fidarsi di nessuno. Ogni ricostruzione diventa plausibile, ed è lo stesso Hugo a dircelo.

Perché leggerlo o perché non leggerlo

Probabilmente Grottesco è un libro da leggere in una o due sessioni (sono circa 200 pagine). La scrittura non pone difficoltà e in assenza di grandi colpi di scena vive di una tensione continua e a bassa intensità, che a molti lettori tuttavia potrebbe stare stretta. Godibilissime alcune descrizioni. Su tutte quella della signora Giblet, che diventa una specie di catalogo del grottesco femminile.

È un testo con un che di teatrale e non è un caso che ne sia stato tratto un film nel 1995. Nel cast anche Sting, nel ruolo del flemmatico Fledge. Chi non avesse intenzione di leggerlo potrà dunque provare con la versione cinematografica. Non da Oscar, certo, ma buono per trascorrere un’ora e mezza senza prendersi troppo sul serio…

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