Un amico ucciso da un fulmine, una casa in Provenza, la neve del Minnesota, i menu immutabili dei natali «norvebrei», il primo attacco di panico, la telefonata della cugina antipatica il giorno dopo la morte della madre. Malattie, nascite, morti. Pugni dati, pugni presi, valigie trascinate, viaggi in aereo, il primo e il secondo matrimonio, il figlio e la figlia, le notti con donne a pagamento, i primi amori, la poesia francese, il baseball, gli appartamenti cambiati e le stanze affittate in condomini più o meno affollati.

Si compone seguendo le tracce delle cicatrici sul volto e il filo dei ricordi sparsi nel tempo questo sorprendente Diario d’inverno scritto da Paul Auster nel 2011 alle soglie dei suoi sessantaquattro anni. Un diario che per esplicita volontà dell’autore non è letterario ma umano, e che se non fosse per come è scritto potrebbe quasi somigliare al diario di una persona con una vita tutto sommato comune, con il suo bel carico di insicurezze e fallimenti.

Quasi. Perché con l’aiuto di una scrittura profonda e magnetica, alla fine, dopo aver messo da parte le sue storie per potersi guardare meglio, Auster non può fare a meno di raccontare il momento dell’epifania, quello in cui diventa scrittore affidando definitivamente il suo destino alle parole. E lo fa in tre pagine intense che per la prima e unica volta nel corso del libro marcano una distanza inevitabile tra lui e il lettore.

Prima è un uomo con una vita storia. Dopo è un uomo che comincia a inventarne altre e ad abitare uno spazio diverso.

L’arte di parlare di sé

Anche se non tutto è memorabile (è il caso della più debole, si fa per dire, sequenza dei 21 cambi di abitazione), Diario d’inverno è un libro che fa riflettere su cosa voglia dire per uno scrittore raccontare se stesso; su come una vita possa diventare materiale narrativo andando oltre se stessa, avere un pubblico e, magari, ispirare qualcuno.

Molti scrittori ad un certo punto del loro cammino di vita hanno sentito l’esigenza di esporsi e di coinvolgere il lettore. Nel farlo con Diario d’inverno Paul Auster dà vita ad una sorta di ibrido. Un libro per certi versi consolante, perché dimostra un fatto importante e ovvio solo in apparenza: anche l’arte, come tutto il resto, è il frutto di un percorso, il risultato di una meditazione sui propri fallimenti.

Cose e momenti che colpiscono

#1 La scelta della seconda persona singolare

A differenza della prima persona singolare, il tu mette il lettore nella posizione di poter “spiare” l’autore mentre si confessa a se stesso. Mentre fa il bilancio della sua vita alle soglie di un passaggio delicato. Una scelta che crea una intimità particolare.

#2 La prima pagina e la dichiarazione di apertura:

«Forse è meglio mettere da parte le tue storie per ora e provare ad analizzare come sia stato vivere in questo corpo dal primo giorno in cui ricordi di essere stato vivo fino a oggi. Un catalogo dei dati sensoriali. Quella che si potrebbe chiamare una fenomenologia del respiro».

#3 Il cinema per descrivere un attacco di panico

Le otto pagine in cui Auster si prende la libertà di riassumere per intero la trama di un film – D.O.A. Due ore ancora dove D.O.A. sta per “dead on arrival” (cadavere in arrivo).

#4 Un classico rimando alla notte. Dentro c’è il Céline ma soprattutto Fitzgerald:

«E nella tua esperienza ogni volta che i pensieri si volgono al passato alle tre del mattino, quei pensieri tendono alla tetraggine».

#5 Scrivere è sanguinare

«Sei senza dubbio un essere menomato e ferito, un uomo che si è portato dentro una ferita dalla nascita (altrimenti perché avresti passato la vita a sanguinare su una pagina?)».

 

Bibliografia:

Paul Auster, Diario d’inverno; Einaudi, 2012.

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