Tutti i personaggi di Cré na Cille – Parole nella polvere sono morti. Morti e sepolti sotto le dure e inospitali zolle di un cimitero del Connemara. La terra che dopo averli visti nascere e crescere, sposarsi e invecchiare, partire e tornare, imbrogliare e rubare, procreare e ammalarsi li riaccoglie nella tomba, ognuno con i rispettivi carichi di rimpianti e delusioni.

È un libro che inizia ribaltando la norma, ma che “vive” grazie all’inesauribile serbatoio di risentimento, invidia e gelosia accumulato dai suoi coloriti e variegati protagonisti. Padri, madri, figli e vicini di casa che (come era stato in vita) si ritrovano pigiati uno accanto all’altro negli angusti confini di un piccolo cimitero irlandese mentre fuori scoppia la seconda guerra mondiale, Hitler minaccia l’invasione e Churchill ha in mano il destino dell’Europa democratica.

«Sarebbe bello se la gente ti affrontasse a viso aperto e con coraggio… Questo cimitero è peggio dei posti che diceva l’altro giorno il francese: Belsen, Buchenwald, Dachau…».

Non c’è azione, né progresso. Non c’è silenzio, né pace. Solo un racconto infinito e polifonico che si ripiega su se stesso. Riscrivendosi ogni volta che una nuova anima si aggiunge alle altre portando notizie “da sopra”.

Ed è in questa convivenza forzata, nell’impossibilità di fuggire, che accade l’inevitabile. Tutti i nodi vengono al pettine. Amicizie che in vita erano solide si trasformano improvvisamente in aperte rivalità, invidie e gelosie nate per un pezzo di terra o per questioni testamentarie dilagano senza freni, debiti e crediti vengono rinfacciati senza speranza che qualcuno possa porre rimedio e le differenze sociali vengono fuori in tutta la loro asprezza, simboleggiate dal diverso prezzo dei lotti di sepoltura: una sterlina, 15 scellini e mezza ghinea. Tutto viene fuori perché come ripete una voce nel mucchio «le tombe hanno i buchi…».

Eppure Parole nella polvere non è solo una buona trovata romanzesca. Con una certa sapienza nel cucire insieme voci e toni e nel non perdere il controllo della inevitabile frammentarietà dei dialoghi, Máirtín Ó Cadhain riesce a ricreare un villaggio intero giocando sulle sfumature delle parole, conferendo sostanza e credibilità ad una comunità di persone attraverso frequenti riferimenti culturali, rimandi a miti, leggende, personaggi storici ed eventi realmente accaduti.

Máirtín Ó Cadhain insomma non racconta una storia, piuttosto fa emergere piano piano un puzzle, lasciando ai suoi morti il compito di aggiungerne le tessere. Una alla volta, in un gioco che ha la ridondanza di una cantilena a più voci. Una polifonia, appunto.

Máirtín Ó Cadhain, «quello di…».

Quando uscì, Parole nella polvere ebbe molto successo portando una discreta notorietà al suo autore che da quel momento, nonostante la produzione variegata (tra le altre cose scrisse sei raccolte di racconti, l’ultima postuma), divenne «quello di…». Qualche distinguo, però, ci fu perché Parole nella polvere restava comunque un’opera sperimentale nel linguaggio. Sicuramente non collocabile nel solco della tradizione o delle opere che le istituzioni irlandesi gradivano e promuovevano.

A riprova di ciò, veniamo a sapere da una preziosa nota al testo un gustoso aneddoto. Mentre era su un autobus a Dublino, nelle settimane in cui l’Irish Press stava pubblicando Cré na Cille a puntate, Máirtín Ó Cadhain udì per caso questo commento: «Sto Ó Cadhain. Un incapace calzato e vestito. Robaccia joyciana». Commento che con molta autoironia Ó Cadhain inserì in uno scambio tra due personaggi: «Stai lavorando su Il sogno del dinosauro… Non mi interessa. Il sogno del dinosauro. Robaccia Joyciana, ecco cos’è. Sei un esemplare infimo di umanità».

Applausi per lo spirito. Un’operazione che qualcuno oggi chiamerebbe real time communication.

Un’impresa editoriale (di squadra)

Letto oggi Parole nella polvere ha il sapore di un salto nel passato. Per quanto venga quasi automatico pensare alla più famosa Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, quella di Máirtín Ó Cadhain è un’opera di carattere diverso il cui recupero è un fatto editorialmente importante.

Come si racconta nella nota sulla traduzione firmata da Vincenzo Perna, Parole nella polvere è una traduzione di una traduzione che per essere portata a termine ha richiesto un lungo e minuzioso lavoro filologico condotto confrontando tre versioni inglesi (l’originale è scritto in gaelico). Tre traduzioni che nel corso dei decenni hanno fatto i conti con le difficoltà poste dallo stile di Ó Cadhain, innovativo e molto creativo. Uno stile basato su una variante dialettale di gaelico già quasi in disuso settant’anni fa al quale si aggiungono innesti e invenzioni linguistiche.

Ogni parola, così come la toponomastica o i nomi di battesimo dei personaggi (Pádraig invece di Patrick, Máire invece di Mary, Caitríona invece di Katherine) è stata pesata e ripensata dai quattro traduttori Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano. Un immane lavoro di squadra che i non addetti i lavori possono solo immaginare e che per me è riassunto da un’unica parola gaelica. Una esclamazione che ricorre spesso nel libro per merito dell’incontenibile Caitríona: Ababúna! Una parola che sta più o meno per “santo cielo!”, “cavoli!”.

E allora, Ababúna! E applausi alla Lindau che ha riesumato (è il caso di dirlo) e ripubblicato questo libro prezioso.

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Máirtín Ó Cadhain, Parole nella polvere. Lindau, 2017, Torino. 400 pgg.


DISCLAIMER: Questo libro, come tutti quelli di cui scrivo, è stato acquistato con i miei soldi. In questo caso durante l’ultima edizione di Più Libri Più Liberi, fiera della piccola e media editoria indipendente.

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